Caso Palumbo, il lucro nella dialisi e il sistema delle mazzette
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Redazione Interno
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I corridoi silenziosi del reparto di Nefrologia e dialisi al Sant’Eugenio, in un giorno di festa, nascondevano fino a poco fa un meccanismo spietato, i cui ingranaggi ruotavano attorno alla disperazione dei malati. Il primario Roberto Palumbo, figura di potere e riferimento ineludibile in uno dei bacini d’utenza più vasti d’Italia, è finito prima in carcere e poi ai domiciliari, accusato di avere costruito un sistema di corruzione che sfruttava proprio la condizione di chi, per vivere, non può fare a meno della macchina. Le intercettazioni, che fanno da colonna portante all’inchiesta, restituiscono una freddezza programmatica: “Che ci importa dei malati. Si trovano male? Problema loro”. Una filosofia che, tradotta in pratica, significava gestire gli accessi vascolari, prestazioni salva-vita che non ammettono rinvii, come merce di scambio. “Non è che tu a un dializzato puoi dire: ‘glielo faccio fra tre mesi’. Quello muore”, si osserva nelle conversazioni intercettate, per poi snocciolare l’offerta: “Quindi, se tu devi abbassare le liste d’attesa, io ti aiuto… te li faccio io”.
Il racket tra pubblico e privato e la testimonianza dei pazienti
Quel meccanismo, secondo gli investigatori, prosperava nella zona grigia tra la carenza del servizio pubblico e la necessaria dipendenza dal privato accreditato. L’impossibilità di rinviare le cure, infatti, rendeva i pazienti cronici particolarmente vulnerabili a un dirottamento pilotato verso strutture convenzionate, che garantivano al primario mazzette a cadenza mensile. Si parla di tremila euro a paziente, una somma corrisposta per ogni utente indirizzato verso certi centri di dialisi dopo le dimissioni dall’ospedale. Alcuni di coloro che si sono rivolti a quel reparto raccontano un clima di disagio, come la donna che, durante un trattamento, definiva Palumbo una persona che “si atteggiava a rockstar”, ammettendo di essere “scappata via, non mi fidavo”. Altri, ignari dell’arresto del loro medico, si sono presentati invano per i colloqui, trovando la porta del primario sbarrata.
Lo stile di vita e le accuse dettagliate
Dietro quella porta si celava, secondo le accuse, uno stile di vita sontuoso, alimentato da quel flusso illecito di denaro. Oltre alle mazzette in contanti, il sistema messo in piedi da Palumbo — come descritto dagli atti giudiziari — comprendeva una serie di vantaggi patrimoniali a lui concessi: affitti pagati, auto di lusso, carte di credito e consulenze fittizie. I giudici sottolineano come l’uomo fosse “conscio del prestigio e della posizione ambita e spendibile” che ricopriva, trasformando la sua autorità clinica in una leva per arricchirsi. L’arresto è avvenuto in flagranza, mentre intascava una di quelle mazzette da tremila euro da un imprenditore, episodio che ha rappresentato il momento culminante di un’indagine ormai matura.
Le richieste pressanti e l’iter giudiziario
La misura degli arresti domiciliari è stata decisa dal gip dopo un interrogatorio approfondito, nel quale è emerso il modus operandi basato su “richieste pressanti”. L’inchiesta dipinge un quadro in cui la salute dei pazienti, e la loro stessa sopravvivenza, diventavano merce di contrattazione in un mercato parallelo, dove il pubblico soccombeva alle logiche di un privato distorto dalla corruzione. Il caso, che scuote il mondo sanitario romano, rimette sotto i riflettori le criticità di un settore in cui la domanda di cure essenziali e non procrastinabili può generare, in assenza di controlli ferrei, distorsioni e abusi di potere particolarmente odiosi, perché giocati sul confine tra la vita e la morte.




