Monster: la storia di Ed Gein, tra crimine reale e eredità cinematografica
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La terza stagione della serie antologica Monster, concepita da Ryan Murphy e Ian Brennan, approda su Netflix con un capitolo che esplora, attraverso un intricato gioco di piani temporali, la figura di Ed Gein, un uomo la cui biografia, segnata da un'infanzia difficile nel Wisconsin, è diventata un sinistro reperto di ispirazione per l'immaginario horror. La narrazione, che si sviluppa in otto episodi, sceglie un approccio meta-cinematografico, intrecciando gli eventi della vita del cosiddetto "macellaio di Plainfield" con le opere di finzione che da quei fatti hanno attinto, creando un dialogo continuo tra la cruda realtà dei fatti e la loro trasposizione sullo schermo. Charlie Hunnam veste i panni del criminale, restituendo il ritratto di un individuo che, oltre a essere stato un assassino, si rese colpevole di profanare tombe e di creare ograti con resti umani, azioni che contribuirono a forgiare la sua fama di uno dei delinquenti più perturbanti della storia americana.
L'eredità nella cultura popolare
La serie non si limita a ripercorrere la cronaca nera, concentrandosi piuttosto sull'inchiesta e sugli sviluppi giudiziari che seguirono all'arresto, ma dedica una parte significativa della sua struttura a quel fenomeno per cui la storia di Gein è filtrata nell'arte. Senza scendere in dettagli espliciti sui delitti, che vengono trattati con un rispetto per le vittime e per il pubblico, il racconto evidenzia come certe sue azioni abbiano fornito il materiale grezzo per personaggi divenuti icone del cinema, da Norman Bates nel capolavoro di Hitchcock "Psycho" a Buffalo Bill ne "Il silenzio degli innocenti". Questo legame, che la produzione esplora con sapienti rimandi, trasforma la serie in una riflessione sulla genesi della paura e su come un caso criminale possa travalicare i confini della cronaca per entrare nel mito.
La struttura narrativa e il dibattito
L'impostazione scelta per questa stagione, con i suoi salti tra passato, presente e futuro, rappresenta una significativa evoluzione rispetto ai capitoli precedenti dedicati a Jeffrey Dahmer e ai fratelli Menendez, i quali avevano già dimostrato la capacità della serie di generare un intenso coinvolgimento e di accendere dibattiti. La scelta di non presentare una semplice ricostruzione lineare, ma di frammentare la timeline per includere anche l'influenza postuma della vicenda, costringe lo spettatore a un ruolo più attivo, invitandolo a considerare le molteplici sfaccettature della storia. Questo approccio, se da un lato viene apprezzato per la sua ambizione, ha già cominciato a suscitare reazioni contrastanti, sottolineando come la fruizione di storie basate su fatti realmente accaduti ponga sempre questioni di etica e di sensibilità.
L'interpretazione e il contesto
Al centro della produzione vi è la performance di Charlie Hunnam, chiamato a interpretare un personaggio la cui complessità psicologica va ben al di là della semplice etichetta di "serial killer". La serie, evitando di cadere nella spettacolarizzazione del macabro, sembra voler indagare le circostanze e il contesto che hanno plasmato l'individuo, pur senza giustificarne le azioni, mantenendo un focus rigoroso sui fatti accertati. L'operazione, nel suo insieme, si conferma come un prodotto di intrattenimento di alto profilo che, al tempo stesso, non ignora il peso della storia che sta raccontando, affrontando con cautela un materiale che ha già lasciato un'impronta indelebile, e per certi versi inquietante, nella cultura di massa.




