Mps-Mediobanca, lo strappo di Lovaglio e il rodeo che mina le regole di governance

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Surreale è forse l'aggettivo più educato che il vocabolario consenta per descrivere ciò che sta accadendo attorno al gruppo Mps-Mediobanca. Ma la realtà, come spesso accade nei passaggi più delicati del capitalismo italiano, supera di gran lunga le parole e si avvicina pericolosamente a una zona grigia dove le regole di governance si piegano a personalismi intollerabili, quando non apertamente a logiche di potere. La discesa in campo di Luigi Lovaglio, con una lista costruita attorno alla propria figura e formalmente presentata da un azionista di minoranza, la Plt Holding della famiglia Tortora, segna uno strappo che non può essere derubricato a normale dialettica societaria. Non lo è per metodo, non lo è per tempistica, non lo è soprattutto per il segnale che invia al mercato, in un momento in cui la banca senese, reduce dall’acquisizione dell’istituto di Piazzetta Cuccia, avrebbe bisogno della massima stabilità.

Il meccanismo che si è innescato trova le sue radici nella serata del 4 marzo, quando il consiglio di amministrazione uscente, dopo un lungo e acceso confronto, decise di escludere a sorpresa Lovaglio dalla lista per il rinnovo dei vertici, proponendo al suo posto i nomi di Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi. Una scelta che, alimentata dai contrasti con alcuni soci rilevanti come Francesco Gaetano Caltagirone e complicata da un’inchiesta della procura di Milano sul presunto concerto nella scalata a Mediobanca, aveva di fatto avviato il processo di successione. Lovaglio, però, non ha accettato passivamente l’esclusione. Invece, ha atteso il limite ultimo per la presentazione delle candidature, facendo leva su un socio di nicchia, la Plt Holding che detiene poco più dell’1,2% del capitale, per rimettere in gioco la sua poltrona da amministratore delegato e proporre per la presidenza Cesare Bisoni, ex numero uno di Unicredit.

La reazione del board e l’ombra del precedente Cirinà

La reazione del board non si è fatta attendere e ha trasformato la riunione odierna del consiglio in un potenziale campo di battaglia. Secondo le indiscrezioni raccolte dalla stampa, il cda valuta ora di procedere con l’esonero di Lovaglio, o quantomeno con la revoca delle deleghe operative, nel tentativo di impedirgli di condurre la campagna elettorale dall’interno della macchina aziendale che ancora governa. L’obiettivo dichiarato è quello di togliergli gli strumenti per trasformare la sua candidatura, sostenuta da un azionista esterno, in un’azione di disturbo che destabilizzi l’operatività corrente. Si tratta di una mossa dai contorni legali delicatissimi, che richiama un precedente ingombrante: quello del marzo 2022, quando il cda di Generali licenziò per giusta causa Luciano Cirinà, accusato di aver violato gli obblighi di lealtà candidandosi contro la lista del board.

Sullo sfondo di questa contesa intestina si agitano interrogativi cruciali che investono la trasparenza stessa del management. In particolare, viene messo sotto la lente il comportamento di Lovaglio durante la Morgan Stanley Conference del 19 marzo. In quell’occasione, rispondendo a un investitore che chiedeva lumi sugli assetti di governance futuri, l’amministratore delegato si era limitato a un secco “no comment”, mentre – stando alle ricostruzioni – stava già tessendo la trama della lista alternativa con la famiglia Tortora. Questo comportamento alimenta i sospetti del board, che valuta se la mancata comunicazione al mercato di un’iniziativa già in corso configuri una violazione degli obblighi informativi e dei doveri di lealtà verso la banca stessa.

Il ruolo di Vittorio Grilli e il nodo della stabilità

Se la partita si gioca formalmente tra il cda uscente e la lista di Plt Holding, l’ombra che si allunga sulla scacchiera è quella di Vittorio Grilli, presidente di Mediobanca. Tortora ha smentito che dietro la sua iniziativa ci sia l’ex ministro, ma le voci che circolano nei palazzi della finanza dipingono un quadro diverso, in cui il ruolo di Grilli sarebbe ben più che marginale. Il ragionamento è lineare: Mediobanca è oggi controllata da Mps, e la strategia di fusione e delisting voluta fortemente da Lovaglio risponde a una logica che Grilli ha sposato fin dall’inizio. Se il presidente di Piazzetta Cuccia fosse l’artefice occulto della controffensiva per tenere Lovaglio al timone, la questione solleverebbe un problema di opportunità istituzionale inaudito: un manager di una banca controllata non può farsi arbitro della governance del controllante senza che questo rappresenti un conflitto di interessi sistemico.

L’esito di questa sfida, che si giocherà fino all’ultimo voto nell’assemblea del 15 aprile, non è solo una questione di poltrone. Lovaglio rivendica di voler completare il piano industriale, mentre il cda uscente sostiene la necessità di discontinuità dopo la fusione. Ma il metodo utilizzato – l’appello a un azionista di minoranza per scavalcare la maggioranza del board e i grandi soci come Delfin e il Tesoro – ha trasformato una normale contesa per il vertice in una prova di forza che mina le fondamenta della governance. In un Paese come l’Italia, dove il confine tra manager e proprietario dell’azienda è spesso labile, la vicenda Mps rischia di rappresentare un precedente pericoloso, in cui il manager non è più mandatario ma sovrano, e le regole scritte servono solo fino a quando non incontrano la volontà individuale di cambiarle.

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