Soldati italiani via da Baghdad dopo gli attacchi, Crosetto: «Resteremo in Libano, ce lo chiede la gente»
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Redazione Esteri
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Non è un esodo, piuttosto una ritirata strategica e meticolosa, quella che nelle ultime ore ha portato al rientro in patria di decine di militari italiani precedentemente schierati in Iraq. La decisione, maturata negli stretti corridoi dello Stato Maggiore e del Comando di vertice interforze dopo le ultime, violente impennate della crisi mediorientale, ha imposto un ripiegamento che il ministro della Difesa Guido Crosetto non ha esitato a definire complesso. Spostare i contingenti da Baghdad, dal Kuwait e dal Kurdistan iracheno, in un contesto di guerra aperta e con lo spazio aero di fatto interdetto ai voli militari, significa organizzare convogli terrestri della durata di molte ore, capaci di attraversare paesi terzi come la Turchia per mettere in salvo i soldati. Sono state le notti nei bunker, scandite dal suono incessante degli allarmi per gli attacchi di droni e missili, a rendere evidente l’insostenibilità della situazione per chi non aveva compiti essenziali e indifferibili.
L’attacco all’hotel di Baghdad, struttura che ospitava personale italiano prontamente messosi al riparo, ha rappresentato l’ennesimo, preoccupante segnale di uno scenario fuori controllo. Già nei giorni precedenti, la base di Erbil era stata deliberatamente presa di mira, con proiettili che hanno confermato come lo scopo fosse centrare installazioni della coalizione. In quel frangente, come ha raccontato lo stesso ministro, i militari italiani, allertati, avevano già attivato tutte le misure di protezione passiva, evitando il peggio. Ora, per molte di quelle aliquote, è iniziato il viaggio di rientro. Restano invece in prima linea coloro la cui missione non può essere interrotta, coloro che presidiano postazioni ritenute fondamentali, ovviamente laddove esistano ancora le dovute garanzie di sicurezza per operare. Non si tratta di una fuga, ha tenuto a precisare il tenente colonnello Gianfranco Paglia, consigliere del ministro, bensì di una rimodulazione operativa dettata dal mutare delle condizioni sul terreno, che in Iraq hanno reso impossibile proseguire le attività addestrative.
Libano, la missione Unifil e il fronte del sud
Un discorso radicalmente diverso, e per certi versi opposto, riguarda invece il contingimento italiano schierato in Libano nell’ambito della missione Unifil. Qui, nonostante la caduta di detriti di razzi sulla base di Shama, sede del comando del Settore Ovest a guida Brigata Sassari, e la lieve ferita riportata da un militare a un occhio, la linea del governo è chiara: non ci si muove, si resta. La motivazione, spiegata da Crosetto, è duplice e profondamente politica: da un lato le stesse Nazioni Unite chiedono la permanenza dei caschi blu, dall’altro sono i libanesi, la popolazione civile e le autorità locali, a implorare che la comunità internazionale non abbandoni il Paese in un momento tanto drammatico. I caschi blu italiani, in questi giorni, non si sono limitati a osservare il conflitto tra Israele e Hezbollah, ma hanno continuato a distribuire generi alimentari e medicinali alla popolazione sfollata, diventando un argine contro il caos e un simbolo tangibile di una presenza internazionale che cerca di prevenire una nuova guerra civile.
La tensione, lungo la Linea Blu, è altissima, e il ministro ha usato parole nette nel descrivere le alternative sul tavolo per il futuro di quella regione: o Hezbollah viene disarmato da una missione multilaterale dell’Onu, o a farlo sarà Israele con la guerra, come peraltro già sta tentando di fare con le attuali operazioni terrestri. In questo quadro incandescente, l’Italia ha cercato fino all’ultimo di evitare l’evacuazione delle basi, ma le ultime ostilità hanno reso il lavoro della Difesa un continuo equilibrismo tra la necessità di proteggere i propri soldati e quella di non abbandonare un fronte delicatissimo come quello libanese. Mentre Hezbollah, per bocca del suo leader Naim Qassem, rilancia la sfida dichiarando che sarà il campo di battaglia a decidere le sorti del conflitto, i militari italiani restano quindi nelle loro postazioni, a presidiare un cessate il fuoco che di fatto non esiste più, ma la cui dissoluzione definitiva porterebbe a conseguenze inimmaginabili per l'intera area.
Logistica di guerra e alleanze in movimento
L’operazione di rientro dall’Iraq è un rompicapo logistico che coinvolge non solo i vertici militari italiani ma anche gli alleati e i paesi vicini. Spostare centinaia di uomini e donne in armi attraverso territori potenzialmente ostili richiede una pianificazione certosina, fatta di convogli blindati, tappe intermedie in basi amiche e cambi di vettore. Il riferimento costante alla Turchia come hub di transito non è casuale: Ankara gioca un ruolo chiave in questa fase, offrendo una via di fuga sicura per il personale Nato che abbandona le aree più calde del conflitto. Si tratta, e il ministro lo ha ribadito più volte, di una misura temporanea, una sorta di alleggerimento della presenza laddove l’attività militare era diventata impossibile, non di un abbandono della regione.
D’altronde, la posizione italiana, ribadita in più consessi internazionali, è sempre stata contraria all’impiego di truppe sul terreno in operazioni di combattimento, prediligendo missioni di stabilizzazione e addestramento. Ma quando il fronte di guerra si avvicina pericolosamente alle proprie basi, come accaduto in Kuwait e a Baghdad, il confine tra missione di pace e zona di conflitto si assottiglia fino a scomparire. E mentre i soldati rientrano, l’attenzione del governo resta alta su entrambi i fronti: gestire l’emergenza immediata del ritiro, senza perdere di vista il Libano, dove la posta in gioco è altissima e dove la presenza dei caschi blu italiani, con i suoi mille uomini, continua a rappresentare un fragile ma indispensabile argine alla deriva violenta che minaccia di inghiottire l'intero Medio Oriente.
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