Il nodo della sicurezza e il ritiro dei soldati italiani: da Baghdad al Kuwait, ma resta il fronte libanese

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra in corso in Medio Oriente ha imposto una profonda revisione delle posture difensive italiane, con uno sforzo logistico che nelle ultime ore ha raggiunto il suo apice per quanto riguarda le aree più esposte agli attacchi. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha confermato le complesse operazioni di rientro dei contingenti dislocati in Iraq, specificando che il trasferimento dei militari non essenziali per la sicurezza immediata delle sedi diplomatiche o per specifiche missioni è avvenuto attraverso corridoi studiati nei minimi dettagli. È stata una operazione “meticolosa”, scandita da comunicazioni costanti tra il governo, lo Stato Maggiore e il Comando di vertice interforze, che ha dovuto considerare un dato oggettivo: spostare uomini e mezzi in una zona di conflitto attivo, lontano dalle rotte aeree commerciali sicure, richiede un approccio graduale. A Baghdad, alcune aliquote sono state evacuate in notturna grazie alla collaborazione dei servizi di intelligence, transitando prima in Turchia per poi fare rientro in Italia; un percorso simile è stato tracciato per i soldati che si trovavano in Kuwait e nel Kurdistan iracheno, dove le basi sono state bersagliate nei giorni scorsi.

A dare il via all’allentamento della pressione erano state già le scosse dei giorni precedenti, in particolare l’attacco con droni subito dalla base di Erbil, un evento che aveva spinto il governo a considerare prioritario lo spostamento del personale non indispensabile. Il ministro Crosetto ha riferito che, tra rientri già completati e ridispiegamenti, oltre cento soldati sono già tornati in Italia mentre una settantina sono stati trasferiti in Giordania, a dimostrazione di come la strategia miri a mantenere una presenza nella regione ma riducendone al minimo la vulnerabilità. Il quadro operativo, tuttavia, rimane differenziato: se da un lato si procede con lo sfoltimento delle truppe in Iraq, dove le milizie filo-iraniane rappresentano una minaccia costante e concreta, dall’altro l’impegno in Libano assume una configurazione quasi opposta. “Restiamo in Libano perché ce lo chiede la gente”, hanno fatto sapere fonti governative, sottolineando come la missione in quella parte del paese mantenga una valenza diversa, legata alla stabilità e alla presenza delle Nazioni Unite.

Una logistica d’emergenza tra bunker e trasferimenti via terra

L’esperienza vissuta dai soldati italiani a Baghdad nelle ore immediatamente successive ai raid è stata quella di un confinamento nei bunker, una misura di sicurezza divenuta ordinaria per far fronte alla minaccia dei velivoli senza pilota. La difficoltà dell’esodo, come spiegato dallo stesso ministro della Difesa, risiede proprio nell’impossibilità di utilizzare le normali rotte aeree civili, spesso interrotte o considerate non sicure, che ha costretto lo Stato Maggiore a pianificare trasferimenti via terra. Una scelta, questa, che espone i convogli a rischi ulteriori ma che è apparsa come l’unica percorribile per garantire l’uscita rapida dal territorio iracheno verso paesi limitrofi come la Turchia o la Giordania, dove i militari possono poi essere imbarcati su voli nazionali. Non si è trattato di una fuga, ma di un alleggerimento ponderato: restano in loco soltanto coloro che hanno una missione da compiere e, soprattutto, coloro per i quali si possono garantire quelle “garanzie di sicurezza” che, in un contesto bellico fluido come quello attuale, diventano il prerequisito fondamentale per qualsiasi operazione.

La situazione è resa ulteriormente complessa dal fatto che il conflitto non conosce una linea del fronte tradizionale, ma si manifesta attraverso attacchi mirati e ripetuti a infrastrutture sensibili. Nelle stesse ore in cui l’Italia perfezionava il rientro dei propri uomini, la Francia ha reso omaggio al soldato Arnaud Frion, il sottufficiale di 42 anni rimasto ucciso il 12 marzo in Kurdistan a seguito di un attacco con droni. Una cerimonia solenne si è svolta a Varces, nell’Isère, presso la base della 27esima brigata di fanteria di montagna, alla presenza di circa 3.500 commilitoni. Il presidente Emmanuel Macron ha voluto onorare la memoria del militare durante una riunione del Consiglio di difesa a Parigi, un gesto che ha sottolineato la gravità delle perdite subite dalle nazioni europee schierate in un teatro dove la linea tra la cooperazione militare e l’essere bersaglio diretto è diventata sottilissima.

Il videoracconto degli attacchi e le ragioni della permanenza

Il giornalista Lorenzo Cremonesi ha documentato per il CorriereTv le esplosioni che mercoledì mattina hanno scosso Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan, colpita da raid iraniani che hanno riacceso l’attenzione sulla vulnerabilità delle aree urbane irachene. Almeno quattro forti boati hanno scosso la città, confermando che l’escalation in atto coinvolge direttamente le infrastrutture civili e militari del Kurdistan, area tradizionalmente considerata un baluardo di stabilità relativa. In questo contesto, il Comando di vertice interforze sta gestendo un’operazione di “alleggerimento” che, sebbene già pianificata in precedenza, ha subito un’accelerazione improvvisa dopo i danneggiamenti subiti dalle strutture e la conferma dell’ostilità di alcune aree al passaggio dei convogli. Lo spostamento dei contingenti da Baghdad, dal Kuwait e dal Kurdistan iracheno, come ha osservato Crosetto, è un’operazione che non ammette errori: ogni spostamento deve tenere conto delle rotte alternative e delle finestre temporali in cui la minaccia aerea è considerata inferiore.

Mentre in Iraq si procede con il ridispiegamento, il fronte libanese rappresenta un capitolo a sé. La decisione di mantenere la presenza, nonostante il deterioramento delle condizioni di sicurezza generale, poggia su una valutazione politica e militare che vede nella missione Unifil un pilastro di contenimento. Non si tratta di un azzardo, ma di una scelta ponderata: dove è possibile garantire la sicurezza e dove la missione è ritenuta essenziale per la stabilità regionale, i militari italiani restano. Per tutti gli altri, invece, l’imperativo è stato quello di rientrare. Una doppia velocità che fotografa la complessità di una presenza militare europea in Medio Oriente, costretta a navigare tra le esigenze di proiezione internazionale e la necessità impellente di proteggere vite umane in un contesto bellico che, come hanno dimostrato gli attacchi alle basi in Kuwait e le esplosioni a Erbil, può colpire ovunque e in qualsiasi momento.

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