Ratko Mladic, a Belgrado lo striscione che riapre la ferita

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ratko Mladić è stato celebrato a Belgrado con uno striscione esposto dai tifosi del Partizan durante la partita casalinga contro l'Ofk Belgrado di lunedì 31 agosto. Sulla curva è comparsa la scritta “Grazie generale”, accompagnata dal volto dell'ex leader militare serbo-bosniaco, mentre dagli spalti sono partiti più volte cori in suo favore. L'episodio arriva pochi giorni dopo la morte di Mladić, avvenuta il 27 agosto nell'ospedale dell'Aja dove stava scontando l'ergastolo, e riporta al centro un rapporto con il suo passato che in Serbia continua a produrre divisioni. Prima dei sostenitori del Partizan, anche quelli della Stella Rossa si erano schierati in suo favore, mentre sul piano politico è emersa la prospettiva di un omaggio di Stato.

Lo striscione del Partizan e gli omaggi a Ratko Mladić

La manifestazione nello stadio di Belgrado si inserisce in una serie di prese di posizione che accompagnano la morte di Ratko Mladić. Il messaggio mostrato dai tifosi del Partizan non si è limitato alla presenza dello striscione: durante l'incontro sono stati intonati più volte cori dedicati all'ex comandante, già definito nel testo come il “boia dei Balcani” e il “macellaio” di Srebrenica. Il sostegno proveniente dal mondo del calcio segue quello già espresso dagli ultras della Stella Rossa e si affianca alle iniziative attribuite alla politica serba, pronta a riconoscergli gli onori di un funerale di Stato. La figura di Mladić, dunque, continua a essere al centro di manifestazioni pubbliche anche dopo la sua scomparsa.

Secondo l'analista dei Balcani Nikolay Krastev, Mladić era una personalità divisiva quando era ancora in vita e continua a esserlo dopo la morte. Krastev ricorda che l'ex leader militare è morto nell'ospedale dell'Aja mentre scontava l'ergastolo stabilito dal Tribunale internazionale e giudica “inaccettabile per il mondo europeo e democratico” la posizione delle autorità di Belgrado che intendono elogiare una persona condannata per genocidio e crimini di guerra, attribuendole anche l'onore dei funerali di Stato. Per l'analista, questa scelta rappresenta un ulteriore elemento di distanza rispetto all'Europa e rende evidente quanto il giudizio su Mladić resti ancora profondamente controverso.

Srebrenica, i sopravvissuti e una ferita che resta aperta

La morte di Ratko Mladić cambia poco per i sopravvissuti al massacro di Srebrenica, che continuano a misurarsi con il peso dei crimini commessi durante la guerra in Bosnia negli anni Novanta. Mladić è morto mentre stava scontando all'Aia la condanna all'ergastolo per crimini di guerra, ma la sua scomparsa non ha spento il conflitto sulla memoria di quegli eventi. Le donne di Srebrenica hanno espresso dolore per il fatto che le idee associate a Mladić continuino a sopravvivere, mentre le manifestazioni di sostegno registrate in Serbia mostrano come la sua figura mantenga ancora una forte capacità di dividere. Gli omaggi negli stadi e quelli annunciati sul piano istituzionale riportano così al centro una frattura che non si è chiusa con la sua morte.

Il principio secondo cui “la morte mette fine a tutto” non trova riscontro nel modo in cui la scomparsa di Mladić viene vissuta e raccontata. La cessazione della sua vita non cancella le responsabilità per le quali era stato condannato, né dissolve il confronto con chi oggi continua a celebrarne la figura. Nel testo emerge una contrapposizione netta tra i sopravvissuti, che vedono nella permanenza delle sue idee una nuova fonte di dolore, e i gruppi che in Serbia si preparano a onorarlo con cori, striscioni ed esequie solenni. È in questo contrasto che lo striscione del Partizan assume un significato più ampio rispetto a una semplice manifestazione da stadio, perché riporta nello spazio pubblico una memoria ancora irrisolta.

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