Il rebus dei Patriot: Trump frena sulla licenza a Kiev e la difesa aerea ucraina resta nel limbo
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Redazione Esteri
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I sistemi di difesa aerea Patriot rappresentano ormai per l'Ucraina molto più di un semplice capitolo dell'assistenza militare occidentale; essi sono il nodo cruciale attorno al quale si intrecciano l'intensità della campagna missilistica russa, la lentezza della produzione industriale globale e la fragilità di una dipendenza politica da Washington che si fa sempre più evidente.
L'ultima doccia fredda per Kiev è arrivata direttamente dalla Casa Bianca, con il presidente Donald Trump che ha gettato un'ombra di incertezza sulla possibilità, data per quasi scontata dopo l'incontro di luglio, di ottenere la licenza per produrre in proprio i missili intercettori, vanificando di fatto uno dei principali risultati che il presidente Volodymyr Zelensky aveva rivendicato nel rafforzamento della cooperazione militare con gli Stati Uniti.
Un "sì" e un "no" che tengono Kiev in bilico
Le speranze ucraine erano state alimentate a inizio luglio, durante il vertice Nato in Turchia, quando lo stesso Trump aveva lasciato intendere che l'amministrazione avrebbe dato il via libera a Kyiv per la produzione su licenza dei Patriot, un'arma che Zelensky aveva definito essenziale per ribaltare le sorti del conflitto.
L'ottimismo era poi cresciuto dopo l'incontro alla Casa Bianca del 29 luglio, con il presidente ucraino che aveva parlato di un colloquio "positivo" e dell'avvenuta accettazione da parte americana di concedere le licenze, arrivando persino ad annunciare incontri con i rappresentanti di Lockheed Martin per discutere una possibile coproduzione.
Tuttavia, a distanza di pochi giorni, in un'intervista telefonica al Financial Times, Trump ha fatto marcia indietro, dichiarandosi "non sicuro" sulla decisione e affermando che l'amministrazione sta ancora valutando la questione, aggiungendo che gli Stati Uniti non concedono quasi mai licenze per equipaggiamenti così sofisticati.
"È un'arma straordinaria e dobbiamo stare attenti a chi concediamo le licenze", ha ribadito il presidente, mettendo in discussione un risultato che Kyiv dava per acquisito e spostando l'attenzione sulla priorità della Casa Bianca: concludere la guerra, non cercare nuovi missili.
Il grido di Zelensky: "Serve solo il 10% delle scorte Usa"
La frenata di Washington giunge in un momento di crescente pressione militare per l'Ucraina, con la Russia che ha intensificato gli attacchi missilistici balistici, sfruttando la quasi totale carenza di intercettori Patriot di Kyiv. In un'intervista alla CNN, Zelensky ha lanciato un appello disperato, dichiarando che basterebbe appena il 5% dell'attuale stock statunitense di missili intercettori Patriot per consentire all'Ucraina di superare l'inverno, e un 10% per neutralizzare completamente i missili balistici russi. "Se ci vendete il 5%, supereremo l'inverno e salveremo vite umane.
Se potete venderci il 10%, distruggeremo tutti i missili balistici russi. Io ne ho l'1%", ha affermato il leader ucraino, dipingendo un quadro drammatico della situazione: le scorte di missili si sono dimezzate rispetto al 2025, mentre la Russia ha raddoppiato la disponibilità mensile di missili balistici, rendendo luglio il mese più mortale per i civili ucraini dall'aprile del 2022.
Ogni notte, ha raccontato Zelensky, si susseguono attacchi e quattro o cinque volte al mese si verificano bombardamenti massicci che mettono a dura prova una popolazione già esausta, ma che il presidente definisce "eroica e resiliente".
I timori dell'industria bellica Usa e le difficoltà tecniche
Dietro l'indecisione di Trump, secondo fonti citate dalla stampa internazionale, si nasconderebbero non solo ragioni di sicurezza tecnologica ma anche un preciso interesse commerciale.
Sebbene i colossi della difesa Raytheon e Lockheed Martin abbiano pubblicamente sollevato preoccupazioni circa l'esposizione della proprietà intellettuale a rischi di furto o bombardamenti, consiglieri del Congresso americano avrebbero rivelato un timore ben più concreto: che l'industria ucraina riesca a ottimizzare il sistema, producendolo a una velocità maggiore e a una frazione del costo attuale, minacciando di fatto il predominio tecnologico e commerciale degli Stati Uniti nel settore. Anche se la licenza venisse concessa, poi, il percorso per la produzione locale sarebbe irto di ostacoli.
La costruzione di missili Patriot, in particolare la variante PAC-3, richiede un livello di ingegneria di precisione e una catena di fornitura di componenti così complessa che persino il Giappone, che ha ottenuto la licenza nel 2005, ha impiegato tre anni per completare il suo primo missile, producendone oggi solo una trentina all'anno.
L'intero ciclo produttivo di un missile, dal motore a propellente solido ai componenti elettronici avanzati, richiede fino a 30 mesi, e le strozzature produttive sono già evidenti a livello globale, con Lockheed Martin che prevede di produrre solo 620 missili PAC-3 MSE nel 2025, pari a circa 50 al mese. Inoltre, qualsiasi stabilimento produttivo in territorio ucraino sarebbe un obiettivo primario per i russi, tanto che alcuni analisti suggeriscono di costruirlo in Polonia, rendendo l'operazione ancora più complessa e onerosa.
La carenza globale e il domino della guerra in Medio Oriente
La questione dei Patriot si inserisce in un quadro di carenza globale di questi sistemi, aggravata dal conflitto in Medio Oriente, dove Stati Uniti e alleati del Golfo ne hanno consumati a decine per contrastare i missili iraniani. L'ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, ha recentemente dichiarato che un accordo di produzione a lungo termine con l'Ucraina non sarà concluso prima dell'inverno, e che la priorità rimane soddisfare i bisogni immediati di Kiev attraverso trasferimenti di intercettori in eccedenza da parte degli alleati.
Whitaker ha inoltre ricordato che gli intercettori Patriot PAC-3 restano strettamente controllati dalle norme statunitensi sulle esportazioni, limitando la possibilità di autorizzazioni rapide e ribadendo che "non permettiamo a nessuno, se non ai produttori statunitensi, di fabbricarli negli Stati Uniti". La posizione di cautela è condivisa anche da altri paesi: la Finlandia, ad esempio, ha rifiutato di trasferire le proprie scorte di missili Patriot a Kyiv, per non compromettere la prontezza della propria difesa aerea.
Nel frattempo, Mosca continua ad adattare i propri attacchi per sfruttare le falle nella difesa ucraina, mentre i negoziati per una soluzione diplomatica del conflitto restano in una fase di stallo, nonostante l'annuncio dell'imminente invio in Ucraina degli inviati speciali di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff.
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