Trump frena sui missili a lungo raggio per Kiev, mentre Zelensky ringrazia la Germania per i Patriot
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La guerra in Ucraina, giunta ormai al suo millletrecentocinquantesimo giorno, registra un duplice e contraddittorio movimento sul fronte degli aiuti militari, il quale delinea una geografia delle alleanze sempre più complessa e sfaccettata. Da un lato, infatti, il presidente americano Donald Trump, rispondendo alle insistenti domande dei giornalisti a bordo dell'Air Force One, ha categoricamente escluso di star valutando l'ipotesi di inviare a Kiev i missili da crociera Tomahawk, quelli a lungo raggio per i quali il leader ucraino aveva personalmente sollecitato un supporto. “No, non veramente”, ha affermato il presidente, con una secchezza che ha immediatamente spento le aspettative di un potenziamento significativo dell'arsenale offensivo ucraino, proprio mentre Mosca continua a registrare una lenta ma costante avanzata nel settore orientale del paese.
Il potenziamento dello scudo aereo e le attese europee
Dall'altro lato, quasi a compensare quella che appare come una significativa frizione con Washington, Volodymyr Zelensky ha potuto annunciare il concretizzarsi di un altro fondamentale tassello per la difesa del suo paese. Nel corso di un incontro con i partner della Nato, il presidente ucraino ha infatti ringraziato pubblicamente la Germania per l'invio dei sistemi missilistici terra-aria Patriot, fondamentali per proteggere le città e le infrastrutture critiche dai continui bombardamenti russi. Questi nuovi arrivi, che vanno ad arricchire lo scudo aereo di Kiev, giungono in un momento di grande pressione militare, mentre i russi intensificano le offensive. Zelensky, da parte sua, ha colto l'occasione per esprimere la sua fiducia in un “esito positivo” della relazione Ue sull'allargamento del 2025, un passaggio politico cruciale per le ambizioni europee dell'Ucraina.
Le ombre dello spionaggio e il contesto strategico
Il quadro della sicurezza europea, d'altronde, si fa via via più intricato, non solo per le sorti del conflitto sul campo. Alcuni recenti e insoliti voli di droni, che hanno sorvolato basi militari e aeroporti in Belgio, hanno infatti sollevato il sospetto, tra gli analisti e i servizi di intelligence, che possa trattarsi di un tentativo di spionaggio orchestrato dalla Russia. Questi episodi, sebbene non direttamente collegati alle operazioni in Ucraina, contribuiscono a creare un clima di tensione e a ricordare come la guerra si combatta anche su piani meno convenzionali, dove l'acquisizione di informazioni riservate diventa un'arma altrettanto letale. È in questo scenario, per molti versi allargato, che le parole di Trump risuonano con un'eco particolare, segnando una pausa, se non proprio un'inversione di rotta, in una strategia di supporto che fino a poco tempo fa sembrava non conoscere esitazioni.
La dinamica degli aiuti e le posizioni internazionali
La dichiarazione del presidente americano, per quanto netta, non cancella però gli impegni già presi da altri attori sulla scena internazionale. Il via libera del Pentagono all'invio di missili a lungo raggio, concesso qualche giorno prima dell'intervento a bordo dell'aereo presidenziale, rimane un fatto concreto, sebbene ora parzialmente ridimensionato dalla posizione della Casa Bianca. Ciò che emerge, in definitiva, è un mosaico di aiuti dove le iniziative dei singoli paesi membri della Nato, come nel caso della Germania con i suoi Patriot, assumono un peso specifico crescente, bilanciando le oscillazioni della politica estera statunitense e garantendo a Kiev quel minimo di sostegno necessario a proseguire una resistenza che, nonostante tutto, non accenna a spegnersi.




