La guerra navale nel Golfo: l’Iran perde 158 unità, il Pentagono alza il conto
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Redazione Esteri
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A tre settimane dall’inizio dell’operazione militare congiunta tra Stati Uniti e Israele, il bilancio delle perdite inflitte alla marina iraniana ha assunto dimensioni imponenti, segnando una sconfitta strategica per la Repubblica Islamica nel teatro del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz. Le dichiarazioni rilasciate dal presidente Donald Trump, durante un intervento a Memphis, hanno fornito il dato più eclatante: secondo il comandante in capo, le forze statunitensi hanno affondato 158 navi appartenenti alla flotta iraniana. Un numero che, seppur non ufficialmente dettagliato dal Pentagono nei singoli report quotidiani, si inserisce in un quadro di progressivo smantellamento della capacità marittima di Teheran, già evidenziato nei comunicati del Centcom. Il conto delle perdite, infatti, era salito rapidamente nei giorni precedenti, con le stime che parlavano di oltre 130 unità di superficie colpite – tra le quali figuravano almeno 40 posamine – e 11 battelli subacquei danneggiati o distrutti, un’emorragia di mezzi che ha di fatto neutralizzato la capacità offensiva iraniana nel settore.
La campagna, che gli Stati Uniti hanno battezzato Operation Epic Fury, ha visto un impiego massiccio dell’aviazione strategica, un elemento che si è rivelato decisivo per fiaccare le difese costiere e la flotta basata nelle basi navali. L’USAF ha concentrato una parte consistente della sua potenza di fuoco nella base britannica di RAF Fairford, da dove sono decollate decine di sortite operative: i dati parlano di almeno 30 missioni condotte da bombardieri B-1B Lancer e B-52H Stratofortress nelle prime due settimane di conflitto. Lo schieramento, che ha raggiunto una consistenza record, ha visto la presenza contemporanea di 12 B-1B e 6 B-52H solo in quella struttura, sebbene successivamente il numero totale dei velivoli schierati nel Regno Unito sia aumentato ulteriormente, con l’arrivo di altri esemplari di B-1B. Questi velivoli hanno operato con un duplice profilo di missione: laddove la minaccia dei sistemi antiaerei iraniani era ancora percepita come attiva, hanno impiegato missili da crociera AGM-158 JASSM (Joint Air-to-Surface Standoff Missile); nelle aree in cui la supremazia aerea era già stata consolidata, sono invece passati all’uso di bombe guidate di precisione, colpendo con metodicità gli obiettivi navali e le infrastrutture portuali.
La portata delle operazioni, come descritto dai comandi militari, non si è limitata al solo confronto in mare aperto. Le forze statunitensi e israeliane hanno condotto una campagna sistematica per smantellare l’indotto industriale-difensivo iraniano, un aspetto che ha conseguenze dirette sulla capacità di mantenimento operativo della marina. Il Centcom ha diffuso immagini satellitari che mostrano lo stato dell’impianto di assemblaggio di Kuh-E Barjamali, un sito strategico dove il regime costruiva missili balistici a corto, medio e lungo raggio. Le fotografie, che mettevano a confronto la situazione precedente e successiva ai raid, hanno evidenziato danni strutturali significativi, suggerendo l’interruzione delle linee di assemblaggio per i vettori che, in caso di conflitto prolungato, rappresentano il principale strumento di deterrenza iraniano. I dati aggregati forniti dal comando centrale americano parlano di un totale di obiettivi colpiti che ha ormai abbondantemente superato la soglia delle diecimila unità, con una percentuale di distruzione stimata del 92% per le navi di maggior tonnellaggio appartenenti alla marina militare iraniana.




