La guerra in Iran e il conto salato per le imprese lombarde: un rincaro da oltre 5 miliardi
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Redazione Economia
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Quindici per cento. Quasi sedici, a essere precisi. È questo, calcolatrice alla mano, l’incremento previsto per i costi dell’energia elettrica nel cremonese tra il 2025 e il 2026, un dato che però rappresenta solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio e dilagante. A fare la conta dei danni, almeno per quanto riguarda il sistema produttivo lombardo, è una ricerca del Centro studi Sintesi per Cna Lombardia, che ha messo sotto esame l’intera regione rivelando uno scenario di forte tensione. L’onda d’urto, come rilevano i vertici della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, è quella della guerra in corso in Medio Oriente, un conflitto che, se da un lato rappresenta un disastro umanitario di proporzioni gravissime, dall’altro si abbatte con violenza anche sui bilanci di famiglie e imprese, già provati da mesi di incertezza sui mercati delle materie prime.
Il peso della bolletta su manifatturiero e famiglie
La stima elaborata dal Centro Studi Sintesi per Cna Lombardia, i cui risultati sono stati diffusi in questi giorni, dipinge un quadro preciso e per certi versi impietoso. Il costo energetico complessivo della Lombardia, che considera la somma di energia elettrica e gas, è destinato a passare dai 23,6 miliardi di euro del 2025 a oltre 28,8 miliardi nel corso del 2026. Tradotto in percentuale, si tratta di un incremento del 22%, una cifra che diventa ancor più eloquente se scomposta: a crescere di più sarà il gas, con un balzo del 28%, mentre l’elettricità subirà un rincaro complessivo del 19%. A essere sotto pressione è in particolare il comparto manifatturiero, che assorbe da solo quasi la metà della spesa elettrica regionale. Per questo settore, cuore pulsante dell’economia lombarda, l’esborso aggiuntivo potrebbe aggirarsi intorno a 1,3 miliardi di euro.
Ma il peso della bolletta non grava solo sugli imprenditori. L’analisi della Cna ha stimato con attenzione anche l’impatto sui vari settori e sui territori. Per i servizi l’aumento previsto supera gli 830 milioni, mentre il commercio dovrà fare i conti con una spesa maggiorata di circa 190 milioni. Non vanno meglio gli studi professionali, che vedranno lievitare i costi per oltre 100 milioni, e le famiglie, per le quali l’incremento complessivo supererà il mezzo miliardo di euro. Sul fronte del gas, poi, il comparto domestico è quello che mostra la spesa più elevata, anche a causa di un tessuto edilizio fortemente condominiale: l’incremento in questo ambito vale circa 850 milioni, un dato che da solo spiega come il conflitto lontano riesca a entrare nelle case dei cittadini, modificandone abitudini e capacità di spesa.
Dai numeri regionali alle ripercussioni sui territori
Se il dato lombardo nel suo complesso è preoccupante, la distribuzione provinciale degli incrementi evidenzia come alcune aree produttive siano destinate a subire contraccolpi particolarmente violenti. Milano, con il suo sistema di imprese e servizi, si trova in testa alla classifica per l’aumento della spesa in energia elettrica, con oltre 735 milioni di euro in più rispetto al 2025. Alle sue spalle, a dimostrazione della vocazione industriale del territorio, si piazza Brescia, con un incremento stimato di 559 milioni. Seguono Bergamo (+368 milioni) e, appunto, Cremona, dove l’aumento atteso sfiora i 213 milioni di euro. Varese, Monza e Brianza, Pavia, Mantova, Como e le altre province completano un quadro in cui nessun territorio sembra poter essere risparmiato dall’onda lunga del conflitto in Medio Oriente.
A dare conto della delicatezza del momento non sono solo le voci delle associazioni di categoria, ma anche i documenti ufficiali del governo. Il Programma di emissione del secondo trimestre, pubblicato dal ministero dell’Economia, sottolinea come il protrarsi della guerra possa avere “effetti negativi sulla crescita oltre il breve periodo”. Il timore è che le ripercussioni non restino confinate alle condizioni di approvvigionamento energetico, ma si estendano fino a minare la fiducia di imprese e consumatori. Un’analisi che, se confermata, rischierebbe di tradursi in una frenata degli investimenti e dei consumi interni, complicando ulteriormente uno scenario già reso instabile dalle tensioni internazionali. E mentre i mercati reagiscono con volatilità, il sistema produttivo italiano si trova a dover fare i conti con una nuova, improvvisa, impennata dei costi fissi.




