Contratto della scuola, aumenti fino a 185 euro in arrivo per 1,3 milioni di lavoratori
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il comparto Istruzione e Ricerca, che con i suoi 1,3 milioni di addetti rappresenta oltre un terzo dell’intero pubblico impiego nazionale, si appresta a chiudere la tornata contrattuale relativa al triennio 2025-2027 con un’accelerazione che, per molti versi, rappresenta un’eccezione nel panorama delle trattative pubbliche. A dare il là all’operazione è stata la proposta economica depositata dall’Aran – l’agenzia che cura il negoziato per conto del governo – la quale prevede un incremento medio lordo mensile di 143 euro, una cifra che però, come spesso accade in un settore così stratificato, finisce per tradursi in una casistica variegata a seconda della qualifica ricoperta e degli anni di servizio maturati.
Una forbice che premia (soprattutto) l’anzianità
Se si osserva nello specifico il mondo della scuola, dove operano la maggior parte dei dipendenti coinvolti, gli adeguamenti stipendiali si muovono all’interno di una forbice piuttosto ampia. L’importo minimo previsto si attesta sui 110,16 euro lordi mensili, mentre il tetto massimo raggiunge i 185,38 euro, riservato generalmente ai docenti con carriere più lunghe o a coloro che operano in determinati gradi di istruzione. Questa variabilità, lungi dall’essere un dettaglio tecnico, riflette la struttura retributiva del comparto, dove gli aumenti vengono calibrati per evitare che gli scatti di anzianità perdano di significato rispetto ai minimi tabellari.
La complessità della macchina – che comprende non solo i docenti ma anche il personale Ata, i ricercatori universitari e gli enti di ricerca – impone naturalmente una differenziazione degli importi. Per i ricercatori, per esempio, si profilano incrementi superiori a quelli medi, in alcuni casi capaci di superare la soglia dei 240 euro, mentre per le figure amministrative e tecniche gli scostamenti rispetto alla media sono meno marcati. L’operazione, che si inserisce in un disegno più ampio di stabilizzazione dei conti pubblici destinati al lavoro pubblico, è resa possibile grazie alle risorse stanziate dall’esecutivo per assicurare una continuità contrattuale fino al 2030.
L’iter veloce e il nodo degli arretrati
A rendere concreta l’ipotesi di una firma imminente – con il 1° aprile che rappresenta la data cerchiata in rosso sul calendario delle trattative – è stata la volontà di chiudere anticipatamente la parte economica, lasciando a un secondo momento il confronto sulla cosiddetta parte normativa, quella che riguarda welfare, mutui agevolati e le nuove regole sulla formazione dei docenti. Si tratta di una scelta operativa non banale, perché la tempistica rapidissima, che vedrebbe il contratto dei prof siglato addirittura prima di quelli di altri comparti (come le Funzioni centrali), rappresenta un fatto del tutto inedito nella storia recente della contrattazione pubblica.
Per i lavoratori, l’effetto più immediato – oltre all’aumento in busta paga – sarà il pagamento degli arretrati relativi al periodo di vigenza contrattuale. Secondo quanto emerso dalla bozza visionata in anteprima, gli importi arretrati medi si aggirano intorno ai 1.600 euro, con punte più elevate per i docenti di lungo corso e per i ricercatori. Una voce, quest’ultima, che da sola finisce per alimentare polemiche: il sindacato della dirigenza pubblica, utilizzando ancora il vecchio acronimo dell’associazione presidi, ha rivendicato come una “prima importante vittoria” la corresponsione di somme che, in realtà, rappresentano un atto dovuto per diritti già maturati. Arretrati che, peraltro, se si fosse continuato a ritardare la sottoscrizione, avrebbero continuato ad aumentare.
I distinguo sindacali e il contesto generale
Nonostante il clima generale sia orientato alla chiusura, rimangono sul tavolo i distinguhi di alcune sigle sindacali. La Cgil, che aveva scelto di non firmare il precedente contratto del triennio 2022-2024 ritenendo gli aumenti insufficienti a coprire l’inflazione reale, in questa sede sembra invece orientata a un accordo, spinta dalla necessità di non restare fuori da un rinnovo che porta risorse fresche in un settore che sconta decenni di blocco retributivo. La Cisl Scuola, dal canto suo, ha sottolineato come questa sia la prima volta in cui si riesce ad anticipare l’erogazione delle risorse rispetto alla scadenza contrattuale, trasformando quella che era una consuetudine di ritardi cronici in un’operazione di vantaggio economico concreto per i lavoratori.
L’operazione si colloca in un contesto più ampio di rinnovi per la pubblica amministrazione: mentre per la scuola si cerca la quadra entro la primavera, sono già partiti i tavoli per i medici, gli infermieri e i dipendenti degli enti locali, con aumenti medi previsti intorno ai 135 euro. Ma il peso specifico del comparto Istruzione, da solo, rende questo rinnovo un termometro fondamentale per misurare la tenuta delle relazioni sindacali nel pubblico impiego, soprattutto in una fase in cui il governo guidato da Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – riporta al centro del dibattito internazionale le politiche economiche e il loro impatto sul potere d’acquisto dei salari.




