Stipendi docenti, la firma del contratto vale 143 euro in più in busta paga, ma con la forbice che arriva fino a 463 euro lordi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le voci che circolavano da settimane, alimentate dalle trattative serrate tra i sindacati di categoria e i vertici del ministero dell’Istruzione e del Merito, trovano infine una sintesi nelle tabelle numeriche della bozza del nuovo Ccnl. L’accelerazione impressa dall’esecutivo, in particolare dalla titolare del dicastero di viale Trastevere, ha portato a definire la parte economica del contratto per il triennio 2025-2027, con la possibilità concreta che la firma definitiva arrivi già nei primissimi giorni di aprile, il primo del mese per l’esattezza, a segnare una svolta attesa da oltre un anno e mezzo per gli stipendi dei lavoratori della pubblica istruzione. L’intero comparto Istruzione e Ricerca, che conta un organico imponente di un milione e trecentomila unità tra docenti di ogni ordine e grado, personale Ata e ricercatori universitari, rappresenta numericamente più di un terzo dell’intera macchina amministrativa statale, e si prepara così a vedere l’adeguamento delle proprie retribuzioni.

La forbice degli aumenti e le tabelle settoriali

L’incremento medio lordo mensile, stando alle stime elaborate sugli ultimi documenti circolati nelle sedi sindacali e riportati in anteprima da *Il Messaggero*, si attesta intorno ai 143 euro. Una cifra che, però, lungi dall’essere uniforme, si declina in modo molto diverso a seconda della posizione di carriera e della classe di insegnamento, a testimonianza di un comparto estremamente stratificato dove l’anzianità maturata pesa in modo decisivo sul risultato finale. Nella scuola, ad esempio, dove operano la maggior parte di questi lavoratori, gli aumenti effettivi in busta paga oscillano tra un minimo di 110,16 euro e un massimo di 185,38 euro lordi, ma se si allarga lo sguardo all’intero perimetro della pubblica amministrazione, la cosiddetta “forbice” si allarga ulteriormente. Esistono infatti specifiche fasce di qualifica, legate a ruoli dirigenziali o a particolari funzioni del comparto ricerca, per cui l’importo della mensilità aggiuntiva può raggiungere picchi ben più alti, arrivando fino a 463 euro lordi per alcune delle posizioni apicali o per specifiche professionalità della ricerca scientifica.

Le dinamiche di un rinnovo atteso

Il contratto collettivo nazionale di lavoro per il comparto Istruzione e Ricerca, che interessa direttamente i circa 1,3 milioni di dipendenti pubblici in attività, è sempre stato storicamente uno dei più complessi da rinnovare, a causa della frammentazione delle figure professionali coinvolte. D’altra parte, la struttura stessa del comparto, che ingloba al suo interno tanto il personale della scuola – con le sue peculiarità legate alla funzione docente e a quella amministrativa – quanto i ricercatori degli enti e delle università, rende ogni trattativa un esercizio di equilibrio tra esigenze spesso distanti tra loro. Le risorse messe in campo dal governo per chiudere questa partita, e che hanno permesso di arrivare alla stesura della bozza attuale, rappresentano dunque il frutto di una mediazione complessa, nella quale gli aumenti medi di 143 euro costituiscono il denominatore comune di un’operazione finanziaria che mira a recuperare il potere d’acquisto eroso negli ultimi anni dall’inflazione.

La questione degli arretrati e le dinamiche sindacali

Sullo sfondo della definizione delle cifre, permane però la spinosa questione degli arretrati, ovvero delle somme che sarebbero maturate nel periodo di vacanza contrattuale tra la scadenza del vecchio accordo e l’entrata in vigore del nuovo. In questo scenario, non mancano le frizioni interne al mondo sindacale: se da un lato la gran parte delle sigle rivendica il raggiungimento di un traguardo importante, dall’altro vi è chi osserva come l’anticipazione dell’accordo sul 2022-2024 non rappresenti propriamente una conquista, quanto piuttosto un atto dovuto per somme già spettanti ai lavoratori. Un’associazione che rappresenta la dirigenza pubblica, e che mantiene ancora la denominazione di “associazione presidi” nonostante il suo perimetro si sia ampliato, ha infatti scelto di rivendicare l’intesa come un proprio successo personale, una posizione che ha suscitato non poche perplessità negli altri comparti del settore, dove si sottolinea come le trattative fossero in corso già da tempo e i diritti economici fossero già stati maturati indipendentemente dall’accelerazione finale impressa in queste ultime settimane.

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