Transizione 4.0, il rapporto finale di Banca d’Italia: ogni euro di credito d’imposta vale fino a 2 euro di investimenti
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Redazione Economia
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Il piano Transizione 4.0, quello strumento concepito per spingere il tessuto imprenditoriale verso l’innovazione tecnologica – e finanziato con le risorse del Next Generation EU – ha restituito ieri i suoi numeri definitivi. A pubblicarli, nel rapporto finale di valutazione intitolato “Transition 4.0 Plan: An Assessment of Investment, Employment and Productivity Effects”, è stata Banca d’Italia, sebbene il documento porti la firma collettiva di un Comitato scientifico composto da esperti del MEF e del MIMIT. Era una valutazione, questa, che l’esecutivo comunitario aveva espressamente richiesto all’Italia nella decisione che ha dato il via libera al PNRR, e che ora consegna un primo verdetto su un periodo specifico: quello che va dal 2020 al 2023, quando le aliquote agevolative erano ancora particolarmente generose.
Un moltiplicatore da manuale per gli investimenti materiali
Secondo le stime contenute nel rapporto, ogni euro erogato sotto forma di credito d’imposta – e badate bene, si parla di credito effettivamente utilizzato – ha generato tra 1,5 e 2 euro di investimenti materiali aggiuntivi nelle imprese che ne hanno beneficiato. Un effetto leva, se vogliamo, che ha funzionato con particolare efficacia proprio laddove ci si aspettava maggiori rigidità, vale a dire nelle micro e piccole imprese, le stesse che spesso faticano ad accedere al credito ordinario. Non solo: per queste realtà, il rapporto segnala anche incrementi di produttività, un dato tutt’altro che scontato data la loro tradizionale difficoltà nell’assorbire innovazioni di processo e prodotto.
Numeri da 35 miliardi: il peso delle società di capitali
Nel complesso, il piano ha prodotto una mole considerevole di agevolazioni. I crediti d’imposta complessivamente generati hanno sfiorato i 35 miliardi di euro, e di questi oltre 21 miliardi sono riconducibili a investimenti in beni materiali 4.0 realizzati dalle sole società di capitali – un dettaglio non secondario, perché suggerisce dove si sia concentrata la parte più cospicua della transizione tecnologica. Il tasso di investimento delle imprese, spiega ancora il documento, è aumentato fino a 4 punti percentuali; un balzo che, tradotto in termini occupazionali, ha portato a una crescita dell’impiego compresa tra 3 e 5 punti percentuali, con il picco registrato ancora una volta tra le microimprese. Quelle con pochi dipendenti, insomma, non solo hanno investito, ma hanno anche assunto.
Accumulazione di capitale e la lezione per il futuro
C’è poi un ultimo aspetto, forse meno appariscente ma altrettanto rilevante, che riguarda l’accumulazione di capitale produttivo. Le misure del piano – ricorda il rapporto – non si sono limitate a incentivare l’acquisto di macchinari nuovi, ma hanno favorito un vero e proprio cambio di passo nella qualità del parco macchine delle aziende beneficiarie. E lo hanno fatto, va detto, senza che emergessero distorsioni particolarmente gravi o fenomeni di addizionalità zero (quel rischio, sempre in agguato, per cui si agevola ciò che si sarebbe fatto comunque). Il quadro che ne esce, per il periodo 2020-2023, è dunque quello di una politica industriale che – almeno sulla carta e nei numeri – ha centrato molti dei suoi obiettivi dichiarati. Il dato finale, comunque lo si voglia leggere, resta secco: tra 1,5 e 2 euro di investimento reale per ogni euro di sconto fiscale concesso.




