Emergenza senza precedenti sulla Stazione spaziale, la Nasa riporta a terra l'equipaggio
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Per la prima volta nella storia delle operazioni statunitensi a bordo dell'avamposto orbitante, la Nasa ha disposto un rientro anticipato di un equipaggio a causa di un'emergenza medica, un evento che, sebbene mai verificatosi prima per l'agenzia americana, rientra nei protocolli di sicurezza che da sempre governano la vita a oltre quattrocento chilometri dalla Terra. La decisione, annunciata nelle scorse ore dal direttore dell'ente spaziale Jared Isaacman quando in Italia erano le 23 di giovedì, costringerà la missione denominata Crew 11 a lasciare la Stazione spaziale internazionale con mesi di anticipo rispetto alla tabella di marcia originaria, probabilmente nel giro delle prossime quarantotto ore. L'astronauta colpito dal problema di salute, le cui generalità non sono state rese note nel rispetto della privacy, si trova in condizioni che i responsabili della Nasa hanno definito stabili, pur senza scendere nel dettaglio della patologia riscontrata, che ha già portato all'annullamento di una prevista attività extraveicolare.
Un principio di massima cautela guida la decisione
Sebbene la Iss sia progettata, com'è noto, per garantire a ciascun membro dell'equipaggio un posto immediatamente disponibile su una capsula di salvataggio costantemente agganciata alla struttura – una sorta di scialuppa di emergenza sempre pronta all'uso –, il ricorso a un'evacuazione medica non era mai stato necessario nelle missioni gestite dagli Stati Uniti. Episodi analoghi, che qualcuno ricorderà, si verificarono invece in passato nelle stazioni spaziali sovietiche, come la Salyut e la Mir, circostanze che dimostrano come il rischio, per quanto remoto, sia sempre stato contemplato nei piani di volo. La scelta odierna, dunque, segue un iter precauzionale ben definito, dettato dalla necessità di garantire all'individuo in difficoltà le migliori cure possibili, le quali, è ovvio, possono essere fornite soltanto in un ambiente terrestre attrezzato.
Le operazioni di rientro e il futuro della stazione
L'imminente partenza dell'equipaggio della Crew 11, che verrà riportato a terra utilizzando una delle capsule progettate per questo scopo, non compromette l'operatività fondamentale della stazione stessa, la quale continuerà le sue attività scientifiche con gli altri astronauti che attualmente si trovano a bordo. La Nasa, del resto, ha strutturato i propri programmi prevedendo una certa flessibilità proprio per far fronte a imprevisti di questa natura, che, per quanto rari, fanno parte della complessa equazione del volo umano nello spazio. La procedura, seppure eccezionale, si trasformerà quindi in un'esercitazione reale per tutti i centri di controllo coinvolti, i quali dovranno coordinare con precisione le delicate fasi dell'undocking, del rientro in atmosfera e dell'ammaraggio.
Il contesto storico di una scelta inevitabile
L'evento, al di là della sua eccezionalità, conferma una verità operativa che gli addetti ai lavori conoscono bene: l'esplorazione spaziale abitata comporta dei rischi intrinseci, che i protocolli tentano di mitigare attraverso piani di emergenza meticolosi. Quello che sta accadendo non è, in termini procedurali, una deviazione improvvisata ma l'applicazione di linee guida studiate da anni, le quali prevedono esplicitamente che il benessere dell'equipaggio rappresenti la priorità assoluta, anteposta a qualsiasi obiettivo scientifico o di missione. La storia delle stazioni spaziali, come accennato, include già alcuni di questi casi, i quali hanno contribuito a raffinarne i protocolli di sicurezza fino a giungere alla decisione odierna, presa senza esitazioni nonostante il suo carattere inedito per Washington.




