La guerra in Iran e quel Pil dimezzato che nessuno voleva vedere

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il conflitto in Iran, esploso ormai da diverse settimane, sta producendo i suoi effetti più profondi non tanto sul fronte militare – per quanto grave – quanto sull’economia reale del nostro paese, quella che si misura ogni giorno al supermercato e al distributore di benzina. A lanciare l’allarme, con i numeri alla mano, è Marcello Gualtieri, economista dell’Università di Torino, il quale sostiene che il prodotto interno lordo italiano, quest’anno, crescerà pochissimo, e la colpa – a suo avviso – è da attribuire a una duplice concausa: la crisi energetica innescata dalle ostilità e quello che lui non esita a definire un “sonnambulismo” collettivo, una sottovalutazione endemica del problema. I dati, in effetti, parlano chiaro: se prima dell’inizio delle operazioni militari nella regione mediorientale il Pil poteva attestarsi su un incremento dello 0,7-0,8 per cento, oggi le stime sono quasi dimezzate, un crollo verticale che riporta indietro l’ago della bilancia di almeno un paio d’anni.

Dipendenza cronica, dal gas russo a quello azero

Ci si chiede, legittimamente, cosa sia realmente cambiato rispetto alla precedente crisi post-ucraina, quella del 2022 che aveva già messo in ginocchio il sistema produttivo europeo. La risposta di Gualtieri è secca, quasi brutale: niente. Dipendenti dall’estero eravamo prima, dal gas russo in particolare, e dipendenti siamo oggi, seppure con fornitori diversi come l’Azerbaigian e l’Algeria. Un’incidentalità geopolitica, quella legata allo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita una fetta considerevole del greggio mondiale –, ha semplicemente riacceso la miccia su una polveriera già pronta a esplodere. Il mercato energetico, privo di vere scorte strategiche alternative, ha reagito con la consueta volatilità, e l’Italia, priva di un piano strutturale di reale indipendenza, ne subisce le conseguenze sulla propria pelle e sul portafoglio dei propri cittadini.

Frutta, verdura e quei ventidue euro per un cestino di fragole

L’effetto più immediato e tangibile della guerra, però, lo si trova banco del mercato, lì dove i prodotti freschi di stagione arrivano dopo aver macinato centinaia di chilometri. Un chilo e duecento grammi di pomodori datterino, un cestino di fragole dalla Basilicata, mirtilli raccolti nel sud Italia e cinque zucchine: ventidue euro e sessantacinque centesimi. È quanto esce dal portafoglio per una spesa che, fino a pochi mesi fa, avrebbe avuto un costo sensibilmente inferiore. Queste primizie – vittime indirette del caro carburante esattamente come l’automobilista che fa il pieno – subiscono rincari che, come conferma la grossista Michela Bertamini, toccano tranquillamente la doppia cifra. Il trasporto su gomma, infatti, diventa insostenibile quando il prezzo del diesel schizza verso l’alto, e quel rincaro viene puntualmente scaricato sul consumatore finale.

Benzina alle stelle e il carrello della spesa dei vicentini

Carburante e cibo: i due beni essenziali per antonomasia, quelli che non si possono eliminare nemmeno in tempi di magra. Il superfluo si taglia, ma il necessario – senza cui non ci si muove e, soprattutto, non si mangia – rappresenta un’uscita fissa e ineludibile. Ebbene, sono proprio queste due voci a registrare la maggior fiammata dei prezzi nel mese di marzo, all’inizio dunque del conflitto in Iran. L’indice dei prezzi al consumo redatto mensilmente dall’ufficio Statistica di un comune del Veneto, quello di Vicenza, non lascia spazio a interpretazioni: tra febbraio e marzo 2026 il costo dei “carburanti e lubrificanti per mezzi personali di trasporto” è schizzato del +7,9 per cento. Un balzo che, combinato con l’aumento a doppia cifra di ortaggi e frutta, disegna uno scenario dove la tensione geopolitica si traduce in un’imposta occulta sulle spalle delle famiglie, senza che vi siano, al momento, ammortizzatori sociali in grado di assorbire l’urto.

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