Guerra in Iran, la lettera degli atenei Usa e la minaccia di Trump: “Ora le centrali elettriche”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il conflitto in Iran, che già da settimani tiene sotto scacco gli equilibri mediorientali, mostra oggi, venerdì 3 aprile, un’intensificazione senza precedenti sul piano retorico-militare e su quello giuridico. Da un lato, una lettera firmata da accademici di Harvard, Yale, Stanford e dell’Università della California esprime una “seria preoccupazione” – raramente si era vista una mobilitazione così trasversale – per i ripetuti attacchi contro scuole, strutture sanitarie e abitazioni; un allarme che, di fatto, fotografa l’erosione delle norme di protezione dei civili in un teatro bellico sempre più fluido. Dall’altro, la Casa Bianca alza il tiro: Donald Trump, tornato alla presidenza degli Stati Uniti, ha pubblicato un post su Truth Social nel quale, dopo aver ricordato che l’esercito americano è “il più grande e potente (di gran lunga!) del mondo”, annuncia che “i ponti saranno i prossimi, poi le centrali elettriche”. L’avvertimento è chiaro: la leadership del “nuovo regime” – così definisce quella di Teheran – sa cosa deve fare, e “bisogna farlo in fretta”.
La controffensiva iraniana tra abbattimenti e chiusura dello Stretto di Hormuz
Le autorità iraniane, dal canto loro, rivendicano l’abbattimento di un secondo caccia F-35 statunitense, dopo il primo già annunciato nei giorni scorsi; una dichiarazione che, sebbene non verificabile in modo indipendente, alimenta la narrazione di una resistenza capace di infliggere perdite significative alla coalizione guidata da Washington. Più concreta, sul piano geopolitico, la minaccia di chiudere “a lungo termine” lo Stretto di Hormuz per le navi statunitensi e israeliane: un’eventualità che, come noto, metterebbe a rischio il transito di un terzo del petrolio via mare a livello globale. Teheran rilancia inoltre – e lo fa attraverso i canali ufficiali – sostenendo di aver colpito un secondo F35, mentre fonti della Cnn riportano che circa la metà dei lanciamissili iraniani sarebbe ancora intatta; un dato che, se confermato, ridisegnerebbe i margini di manovra di un eventuale allargamento delle operazioni.
Il nodo energetico europeo e il razionamento dei carburanti
L’ombra di una crisi prolungata si allunga anche sull’Europa, come dimostrano le parole del commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, in un’intervista al Financial Times. Jorgensen ha ribadito che, al momento, non esiste un problema immediato di “sicurezza dell’approvvigionamento” per il vecchio continente – le riserve strategiche e le forniture alternative tengono – ma che Bruxelles si sta “preparando a scenari peggiori”. Tra questi, viene valutato un possibile razionamento del carburante, segno che l’impatto indiretto del conflitto, via prezzo del greggio e blocchi navali, potrebbe presto tradursi in misure concrete per cittadini e imprese. “La crisi sarà lunga”, ha avvertito Jorgensen, senza peraltro fornire tempistiche o soglie precise.
Il reclutamento di bambini soldato: l’accusa di Amnesty International
Sul versante dei crimini di guerra, Amnesty International ha diffuso un rapporto che accusa le autorità iraniane di reclutare e mobilitare bambini, alcuni di appena 12 anni, all’interno di una campagna militare diretta dai Guardiani della rivoluzione. Una pratica che, secondo l’organizzazione, calpesta i diritti fondamentali dell’infanzia e costituisce una “grave violazione del diritto internazionale umanitario”, equivalente a un crimine di guerra. La denuncia si basa su testimonianze e documenti raccolti sul campo; nessun commento ufficiale è ancora arrivato da Teheran. Trump, intanto, ha rincarato la dose nelle ultime ore parlando di “colpi con forza” nelle prossime settimane, senza però specificare se si tratti di operazioni aeree, cyber o terrestri.




