Safe, il governo si spacca sul «riarmo» europeo. Tajani annuncia, la Lega frena: «Decide il Parlamento»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il nodo, prima o poi, doveva venire al pettine. Ed è accaduto nelle ultime ore, quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reso noto che l'Italia ha «prenotato» la sua quota del fondo europeo Safe, poco meno di 15 miliardi di euro destinati a finanziare le spese per la difesa, nell'ambito del più ampio piano di riarmo europeo volto a contrastare le velleità di Vladimir Putin e a rendere più moderne le capacità militari del continente.

Quello che doveva essere un annuncio tecnico si è trasformato in un caso politico, con la maggioranza che ha mostrato tutte le sue profonde fratture sull'utilizzo di queste risorse, costringendo il governo a una rapida e imbarazzata correzione di tiro.

L’annuncio di Tajani e la doccia fredda della Lega

Nel corso di un’audizione parlamentare, il vicepremier e leader di Forza Italia ha dichiarato che l’esecutivo aveva «deciso di utilizzare Safe, chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno». Una presa di posizione netta, che sembrava chiudere settimane di indecisione da parte di Roma sull’adesione allo strumento europeo, il quale offre prestiti a lungo termine a tassi agevolati per l’acquisto di armamenti e il potenziamento dell’industria bellica.

Tuttavia, la reazione della Lega, alleata di governo, è stata immediata e gelida, con il partito di Matteo Salvini che ha subito alzato un muro. Il senatore Claudio Borghi, in una nota, ha preso atto con sufficienza delle dichiarazioni del ministro, per poi ribadire con fermezza che «non c’è nessuna decisione sul loro utilizzo o meno e deciderà il Parlamento sulla base dei dati di opportunità e convenienza».

La "prenotazione", ha aggiunto Borghi, è «solo una manifestazione di interesse» e il Carroccio non vede la convenienza economica di un’operazione che, di fatto, rappresenta un debito per il Paese.

Il dietrofront e il tentativo di ricucire lo strappo

Di fronte alle proteste della Lega, lo stesso Tajani è stato costretto a fare marcia indietro, seppur parzialmente, cercando di ridimensionare la portata delle sue affermazioni: «Sul Safe noi abbiamo prenotato 14,9 miliardi, quanti ne useremo lo decideremo a fine anno, probabilmente saranno di meno, come ha detto Crosetto forse sei-sette-otto o nove». Una retromarcia che ha tentato di ricondurre la discussione entro i binari della pura tecnica finanziaria, come auspicato anche dal ministro della Difesa Guido Crosetto.

Intervenendo nello stesso contesto, Crosetto ha infatti precisato che Safe non rappresenta una nuova spesa militare, bensì «un’alternativa ai Bot e ai Cct» per finanziare programmi già previsti a bilancio, una «scelta totalmente tecnica» che non aggiunge nulla alla spesa pubblica già programmata. Una definizione, quest'ultima, che ha suscitato più di una perplessità nell’opposizione, con il Movimento 5 Stelle e Avs che hanno bollato l’operazione come una «follia» in un Paese che non riesce a garantire stipendi adeguati ai propri cittadini.

Un debito da restituire e le pressioni dell’Europa

Al di là delle polemiche e delle acrobazie verbali dei ministri, la sostanza del dossier Safe è chiara e ineludibile: quei 14,9 miliardi non sono un "regalo" dell’Unione Europea, ma un prestito che l’Italia dovrà restituire con gli interessi nell’arco di 45 anni. Un’operazione di debito, seppure a condizioni più vantaggiose di quelle di mercato, che peserà comunque sui conti pubblici del futuro.

La confusione generata dal balletto di dichiarazioni tra Tajani, Crosetto e Borghi ha provocato anche un secco richiamo da Bruxelles, dove l’esecutivo comunitario ha invitato l’Italia a fare chiarezza al più presto, perché «non c’è tempo da perdere»: un’eventuale rinuncia italiana a una parte dei fondi comporterebbe una complessa procedura di riallocazione verso altri Stati membri. Intanto, sul fronte interno, il dibattito politico resta infuocato e destinato ad accendersi ulteriormente.

Mentre Italia Viva e il Partito Democratico spingono per un utilizzo pieno delle risorse, la Lega tiene il punto sulla sovranità del Parlamento, e il Movimento 5 Stelle attacca l’esecutivo per l’incoerenza mostrata tra la compressione della spesa sociale e l’apertura al debito per il riarmo. Una spaccatura che, a pochi mesi dalla scadenza per la decisione finale, si preannuncia come una delle più difficili da ricucire per la maggioranza di centrodestra.

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