Il prestito Safe per il riarmo spacca il governo tra annunci, smentite e conti da fare

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La maggioranza litiga, il Parlamento si spacca, l'Europa preme e i conti, quelli veri, restano sul tavolo come un macigno. Nel giorno in cui il ministro degli Esteri Antonio Tajani annunciava la decisione del governo di utilizzare il fondo europeo Safe, chiedendo formalmente un prestito fino a 14,9 miliardi di euro, si è scatenato un cortocircuito politico che ha messo a nudo tutte le fragilità dell'esecutivo in materia di difesa e finanza pubblica.

L'ha definita "la solita tempesta in un bicchier d'acqua", ma le acque agitate della coalizione mostrano crepe profonde mentre l'Italia cerca di posizionarsi nella nuova architettura di sicurezza europea.

Cos'è il Safe e perché l'Italia lo ha prenotato

Il Security Action for Europe, acronimo Safe, è lo strumento finanziario con cui Bruxelles mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti a tasso agevolato per gli investimenti nella difesa, nell'ambito del più ampio piano ReArm Europe poi ribattezzato Readiness 2030. Il regolamento, entrato in vigore nel maggio del 2025, prevede prestiti con una durata massima di 45 anni e un periodo di preammortamento di dieci anni, durante i quali il capitale non va restituito.

L'Italia, che già nell'agosto 2025 aveva presentato domanda per la sua quota, ha ufficialmente "prenotato" 14,9 miliardi, anche se Tajani ha subito precisato che si tratta di un tetto massimo e che l'utilizzo effettivo sarà verosimilmente inferiore, forse tra i sei e i nove miliardi. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha provato a spegnere sul nascere le polemiche definendo la scelta "una questione puramente tecnica, un'alternativa ai Bot e ai Cct", e non una nuova spesa aggiuntiva per il riarmo.

Accedere al prestito europeo, grazie al miglior merito creditizio della Commissione rispetto a quello italiano, consentirebbe un risparmio di circa 120 milioni di euro all'anno in interessi, un argomento che il governo usa per giustificare un'operazione per sua natura complessa da spiegare all'elettorato.

La spaccatura nella maggioranza e il pressing di Bruxelles

L'annuncio di Tajani ha fatto immediatamente scattare l'allarme nella Lega, con il senatore Claudio Borghi che ha rivendicato la sovranità del Parlamento: "Non c'è nessuna decisione sull'utilizzo o meno dei fondi, sarà il Parlamento a decidere". Il Carroccio, da sempre scettico verso un incremento della spesa militare che rischia di apparire fuori tempo massimo in una fase economica difficile, rappresenta l'ostacolo più consistente all'interno della coalizione.

Sullo stesso fronte si muove una parte di Fratelli d'Italia, con il ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti che invita a una "attenta ponderazione", mentre l'ala più movimentista del partito, rappresentata da figure come Roberto Vannacci, tuona contro l'"Agenda Draghi". Il pressing della Commissione europea, tuttavia, non concede tempo: da Bruxelles fanno sapere che l'Italia deve decidere in fretta, perché se non utilizzerà i fondi prenotati, questi verranno riallocati ad altri Paesi entro l'autunno.

"Non c'è tempo da perdere", è stato l'avvertimento del portavoce dell'esecutivo Ue, che considera strategico il ruolo dell'industria della difesa italiana per la sicurezza del continente. Una posizione, quella di Bruxelles, che di fatto trasforma la questione in un test per l'intero meccanismo del Safe: se Roma rinuncia a una parte consistente dei fondi, la riallocazione delle risorse sarebbe un grattacapo non indifferente per Palazzo Berlaymont.

Il costo del debito: tra 27 e 32 miliardi in mezzo secolo

Al di là delle scaramucce politiche, il dato più rilevante e meno discusso è il costo effettivo del prestito. Secondo un'analisi dell'Osservatorio Mil€x, ripresa da alcune fonti, se l'Italia decidesse di chiedere l'intera cifra di 14,9 miliardi da restituire nel lungo periodo, il conto per i contribuenti potrebbe lievitare fino a 27-32 miliardi di euro, quasi il doppio, a seconda delle scelte sulla durata del rimborso. I soli interessi potrebbero valere tra 12,5 e 16,7 miliardi, un secondo prestito che graverà sulle generazioni future.

Il paradosso è che la formula economicamente più vantaggiosa per chi decide oggi, ovvero la durata massima con dieci anni di preammortamento, è anche la più cara in assoluto: si spenderebbe meno subito, ma molto di più nei prossimi 40 anni, con un costo per bloccare il capitale già nei primi dieci anni di circa 2,6 miliardi di interessi.

Lo stesso Crosetto ha ammesso che l'eventuale scostamento di bilancio per le spese militari, che potrebbe arrivare a 21 miliardi, sarà oggetto di una scelta politica a settembre, ma l'analisi dei numeri mette in luce come il presunto risparmio del Safe non sia così scontato come viene raccontato.

L'opposizione divisa e il caso Conte

La spaccatura sul riarmo non risparmia neppure il campo largo. Il Partito Democratico, con i suoi esponenti più riformisti come Piero Fassino, si dice favorevole all'utilizzo del Safe, ritenendolo lo strumento giusto per una difesa comune europea che possa ridurre la frammentazione dell'industria bellica. Ma l'ala sinistra del partito, insieme ad Alleanza Verdi e Sinistra, è su posizioni di netta contrarietà, definendo una "follia" l'idea di usare 15 miliardi per missili e droni mentre il Paese è in difficoltà.

A guidare la battaglia del no è Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, che ha attaccato duramente il governo sui social: "Zero euro sui rincari della benzina e qualche briciola che non riporta il diesel nemmeno sotto i due euro. Sul riarmo però la strada è tracciata e si va avanti". Il presidente pentastellato ha parlato di "salto acrobatico" del governo per nascondere l'ipoteca sul futuro degli italiani, paragonando il negoziato sul Safe all'assenza di una trattativa per le risorse contro la crisi energetica che invece il M5S aveva portato avanti nel 2020.

Con queste premesse, il passaggio parlamentare sul Safe si preannuncia come uno dei nodi più caldi della legislatura, dove le maggioranze numeriche rischiano di contare meno del peso politico delle singole anime della coalizione.

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