L’Italia nel gruppo dei “demolitori” Ue: il rapporto Liberties accusa il governo di smantellare lo stato di diritto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quadro che emerge dalla settima edizione del rapporto coordinato dalla Civil Liberties Union for Europe, una rete che riunisce oltre quaranta organizzazioni per i diritti umani sparse in ventidue Paesi dell’Unione, è a dir poco impietoso per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. L’Italia, secondo le evidenze raccolte in oltre ottocento pagine di analisi, è stata classificata tra i cinque Stati membri – gli altri sono Bulgaria, Croazia, Ungheria e Slovacchia – definiti “demolitori”, cioè governi che attuano un indebolimento sistematico e intenzionale dello stato di diritto. Non si tratta di una stagnazione, quella che caratterizza invece nazioni come la Repubblica Ceca o i Paesi Bassi, né di una scivolata circoscritta a singoli settori, come accade in Belgio, Francia o Germania, dove pure si registra una regressione pur non essendo essa parte di una strategia politica complessiva.

Ciò che distingue l’Italia e i suoi “compagni di viaggio” nell’Europa orientale – unica eccezione occidentale in questo gruppo – è la volontà dichiarata, secondo i ricercatori, di erodere i contrappesi democratici. Nel dettaglio, il rapporto – che si basa su una mole di dati raccolti sul campo – mette sotto accusa le pressioni esercitate dal governo sull’equilibrio tra i poteri dello Stato, con particolare riferimento al sistema giudiziario. Le tensioni tra politica e magistratura, alimentate da un clima politico sempre più polarizzato, vengono segnalate come una criticità strutturale che rischia di minare la fiducia pubblica nell’indipendenza della giustizia. A questo si aggiunge l’adozione di misure normative, come il cosiddetto “decreto sicurezza”, che secondo l’ong avrebbero l’effetto di comprimere lo spazio civico, introducendo la criminalizzazione per forme di dissenso come i blocchi stradali e inasprendo al contempo le garanzie per le forze dell’ordine.

Il capitolo italiano, curato dalla Coalizione Italiana per le libertà e i diritti civili (Cild) insieme ad altri partner, evidenzia inoltre come le raccomandazioni provenienti dalle istituzioni europee in materia vengano sistematicamente ignorate, segno quest’ultimo, secondo gli estensori del dossier, di una debole implementazione delle riforme. La situazione non appare migliore sul fronte della corruzione e della trasparenza, dove i progressi appaiono assai limitati, né per quanto riguarda la libertà di stampa, dove si registrano crescenti preoccupazioni per le interferenze politiche nei media pubblici e un contesto reso più difficile per i giornalisti, esposti a pressioni crescenti. A livello generale, l’analisi di Liberties sottolinea l’inefficacia dei meccanismi di controllo dell’Unione Europea, rilevando che il novantatré per cento delle raccomandazioni contenute nel rapporto della Commissione del 2025 erano già state formulate in precedenza, senza che la maggior parte degli Stati membri le abbia mai tradotte in azioni concrete.

Ungheria e Slovacchia: modelli di regressione e il ruolo di Orban e Fico

Se l’Italia rappresenta il caso anomalo dell’Europa occidentale in questo gruppo ristretto di “smantellatori”, il contesto generale della regione conferma una tendenza preoccupante già emersa negli anni precedenti. L’Ungheria, dove Viktor Orban si appresta a concludere i suoi sedici anni al potere con le elezioni previste per il prossimo aprile, viene descritta come una categoria a sé stante: un Paese che continua a perseguire leggi e politiche sempre più regressive senza alcun segnale di cambiamento. Il report cita esplicitamente il divieto degli eventi Pride e le indagini formali avviate nei confronti degli organizzatori, compreso il sindaco di Budapest, come esempi emblematici di questa deriva.

Ancora più netta, forse, è la fotografia scattata in Slovacchia, dove il governo populista e filo-russo di Robert Fico ha portato il Paese da una fase di graduale scivolamento a una vera e propria destrutturazione dei contrappesi democratici. Secondo gli analisti, in Slovacchia si è registrata una regressione trasversale in tutti gli ambiti monitorati: dall’indipendenza della magistratura alla lotta alla corruzione, dalla libertà di stampa fino ai meccanismi di controllo della società civile. Anche la Bulgaria e la Croazia completano il quadro di un’Europa centrale e orientale in cui, nonostante i decenni di adesione all’Unione, il deterioramento delle garanzie liberali appare ormai strutturale. In questo contesto di arretramento generalizzato, l’unica nota positiva – se così si può definire – arriva dalla Lettonia, unico Paese insignito dello status di “Hard Worker” (lavoratore instancabile) per gli sforzi attivi compiuti dal governo nel migliorare gli standard dello stato di diritto.

La giustizia e il referendum bocciato: un precedente nel conflitto tra poteri

Proprio mentre il rapporto Liberties accendeva i riflettori sulle pressioni politiche sul sistema giudiziario, a Roma si consumava un episodio che ne rappresenta plasticamente la sostanza. Pochi giorni prima della pubblicazione del dossier, il 23 marzo, gli elettori italiani hanno bocciato in modo netto il referendum sulla giustizia, un test che era stato ampiamente interpretato come un verdetto sull’operato del governo Meloni. La riforma costituzionale proposta dall’esecutivo, che puntava a separare le carriere dei magistrati e a introdurre un meccanismo di sorteggio per i componenti dei Consigli giudiziari, è stata respinta con un margine superiore alle previsioni, nonostante la campagna referendaria avesse visto il governo schierarsi in prima linea.

La sconfitta, definita dalla stampa come una “onda popolare” che ha fermato l’arroganza del potere, assume un peso specifico particolare proprio alla luce delle accuse contenute nel rapporto internazionale. Il tentativo del governo di mettere mano all’ordinamento giudiziario, presentato come una modernizzazione necessaria, è stato letto dagli oppositori e da una larga fetta dell’elettorato come un’ingerenza pericolosa in uno dei pilastri dello stato di diritto. Il fatto che la riforma sia stata affossata dalle urne non cancella il clima di tensione, ma dimostra – almeno secondo l’analisi di Liberties – l’esistenza di un attrito costante tra l’esecutivo e l’autonomia della magistratura, un attrito che contribuisce a quella classificazione negativa del Paese nella categoria dei “demolitori”. La concomitanza tra il verdetto popolare e le conclusioni dell’ong europea suggerisce come il tema dell’indipendenza della giustizia sia diventato un campo di battaglia politico di primo piano, con ripercussioni che vanno ben oltre i confini nazionali.

Stagnazione e inefficacia delle istituzioni europee

A rendere il quadro ancor più fosco è la valutazione che il rapporto fornisce circa gli stessi meccanismi di controllo dell’Unione Europea. Dopo sette anni di rapporti annuali sullo stato di diritto, il bilancio tracciato dalla Civil Liberties Union for Europe è impietoso: gli strumenti predisposti da Bruxelles per arginare la deriva illiberale si sono rivelati largamente inefficaci. Non solo la maggior parte degli Stati membri non ha recepito le indicazioni della Commissione, ma la stessa Commissione, secondo i critici, ha normalizzato procedure legislative d’emergenza e non ha saputo difendere in modo coerente i diritti fondamentali.

Il dato statistico è emblematico: oltre il sessanta per cento delle raccomandazioni della Commissione non ha mostrato alcun segno di progresso, mentre in un altro tredici per cento dei casi si è addirittura registrato un peggioramento. “Ripetere raccomandazioni senza un seguito significativo non invertirà questa tendenza”, ha dichiarato Ilina Neshikj, direttrice esecutiva di Liberties, sottolineando come il rapporto evidenzi non solo un arretramento, ma sforzi deliberati e continuativi per minare lo stato di diritto. L’analisi si spinge fino a criticare le istituzioni europee, accusate di riflettere molti dei problemi osservati negli Stati membri, minando così la credibilità dell’Unione e degli stessi rapporti che produce. In un contesto internazionale segnato dal ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, l’Europa si trova quindi a fare i conti non solo con le sfide geopolitiche esterne, ma con una erosione interna delle proprie fondamenta democratiche che, secondo questo rapporto, appare ormai sistematica.

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