Caso Revolut, l’hacker pubblica i primi file italiani e cerca un interlocutore per il riscatto
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il gruppo di cybercriminali che si cela dietro l’attacco ai sistemi di Revolut ha dato il via alla pubblicazione sul dark web di una prima parte di quelli che vengono definiti “Italian Files”. Si tratta di un archivio che, secondo quanto sostengono gli stessi autori, conterrebbe circa 150 gigabyte di dati sottratti a sistemi riconducibili alla pubblica amministrazione italiana.
La mossa segna un nuovo capitolo nella vicenda che coinvolge la banca digitale britannica, finita nel mirino di una truffa sofisticata orchestrata sfruttando una casella di posta elettronica certificata compromessa.
La genesi dell’attacco e il ruolo della Prefettura di Reggio Calabria
La vicenda affonda le sue radici in un raggiro durato mesi. Stando a quanto ricostruito, il gruppo noto come “iamnotavillain” avrebbe compromesso un account di posta elettronica certificata in uso alla Prefettura di Reggio Calabria, utilizzandolo per inviare a Revolut quelle che apparivano come legittime richieste di informazioni nell’ambito di una presunta indagine penale. La fintech, credendo di rispondere a un’autorità investigativa italiana, avrebbe consegnato i dati sensibili di centinaia di clienti.
La maggior parte delle vittime risiederebbe in Svizzera e in Francia, ma tra i Paesi coinvolti figurano anche l’Italia e altre nazioni europee.
Cosa contengono i file pubblicati come anticipazione
Nelle anteprime diffuse sul dark web, gli hacker mostrano quella che definiscono una prova tangibile della serietà delle proprie intenzioni. Tra il materiale comparirebbero passaporti diplomatici, liste di indirizzi mail associati a nomi di agenti e funzionari della Polizia di Stato, scansioni di tessere sanitarie e persino documenti relativi ad autorizzazioni per il trasporto di armi a bordo di una nave israeliana. Gli autori della pubblicazione sostengono di avere a disposizione oltre 85.000 file di questo tipo, per un peso complessivo stimato in circa 147 gigabyte riconducibili a uffici del ministero dell’Interno.
La richiesta di riscatto e l’assenza di un canale negoziale
A differenza di quanto accaduto in una fase precedente, quando era stata avanzata una richiesta di riscatto da 3 milioni di dollari nei confronti di Revolut, al momento non risulta che il gruppo abbia formulato un ultimatum esplicito per il pagamento né tantomeno abbia individuato un interlocutore preciso con cui trattare. Il Corriere della Sera, che ha avuto modo di dialogare direttamente con l’hacker, riferisce di un certo grado di incertezza sull’effettiva strategia da seguire.
“Abbiamo mostrato esempi di una mancanza di professionalità imbarazzante da parte dell’Italia: passaporti, documenti sensibili e informazioni riservate inviati semplicemente via e-mail”, avrebbe dichiarato il criminale, il quale avrebbe persino chiesto al giornalista un suggerimento su un possibile referente istituzionale.
Le indagini in corso e il coinvolgimento della Procura di Reggio Calabria
Sul caso sono in corso accertamenti coordinati dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, competente sul fascicolo poiché la violazione dei sistemi della fintech è avvenuta sfruttando l’accesso abusivo alla casella di posta elettronica istituzionale in uso alla Prefettura. Data la gravità della violazione e i potenziali rischi per la sicurezza nazionale, sulla vicenda ha acceso i riflettori anche la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
La Polizia Postale è impegnata nel tracciare la filiera dell’intrusione e nel contenere la proliferazione del materiale riservato.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
