Referendum giustizia, la bufera dei cartelli nel tribunale di Reggio Calabria e la cena dell’Anm a Roma finita nel mirino di Gasparri
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Redazione Interno
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La campagna che precede il voto sulla riforma della giustizia, ormai alle porte, si arricchisce di nuove e vibranti polemiche che investono in pieno l’Associazione nazionale magistrati, chiamata a rispondere di iniziative considerate quantomeno inopportune da una parte della politica e da alcuni settori dell’opinione pubblica. Se da un lato il dibattito si mantiene, sulla carta, entro i binari del confronto tra le ragioni del Sì e quelle del No, dall’altro sono i fatti concreti, le iniziative promozionali e la loro collocazione a sollevare un polverone che rischia di offuscare la sostanza della riforma stessa. L’elemento scatenante, in queste ore, è duplice e proviene da due città diverse, accomunate però da un filo rosso che lega l’utilizzo di spazi istituzionali e modalità di raccolta fondi giudicate, da più parti, poco consone al ruolo che la magistratura ricopre.
Nel capoluogo calabrese, all’interno del Tribunale, sono comparsi alcuni roll up di grandi dimensioni, dei veri e propri cartelli che invitano esplicitamente i cittadini a votare No al referendum. La loro affissione, avvenuta in aree comuni dell’edificio – corridoi e spazi d’attesa frequentati non solo da magistrati e personale amministrativo, ma anche da avvocati e comuni cittadini – ha immediatamente innescato un acceso dibattito sull’opportunità di trasformare un tempio della legge in un palcoscenico per la propaganda referendaria. La presenza di quei sei pannelli, alti due metri per due, ha rappresentato, per i critici di questa iniziativa, una forzatura intollerabile, la prova tangibile di come l’associazione di categoria abbia deciso di scendere nell’agone politico abbandonando qualsiasi velleità di terzietà, utilizzando anzi le proprie prerogative per veicolare un messaggio di parte all’interno di un luogo che dovrebbe restare, per definizione, estraneo a simili contendibilità.
A Roma, intanto, l’attenzione si è concentrata su un altro episodio che ha visto protagonista la sezione locale dell’Anm. La notizia di un dj set, con tanto di buffet e raccolta fondi tramite Iban presso il Circolo della Guardia di Finanza a Villa Spada, ha scatenato la reazione sdegnata del senatore Maurizio Gasparri. L’iniziativa, organizzata per raccogliere risorse destinate alla campagna per il No, è stata percepita dal presidente dei senatori di Forza Italia come una condotta scandalosa, al punto da spingerlo a dichiararsi esterrefatto. L’idea che l’associazione che rappresenta i magistrati, coloro che nelle aule giudiziarie dispongono della libertà e della reputazione dei cittadini, possa organizzare eventi mondani con sottoscrizione per fare cassa a favore di una specifica opzione referendaria, gli è parsa una distorsione del ruolo. Un atteggiamento, ha commentato il senatore, che ha paragonato al carnevale di Rio, sottolineando il contrasto tra la sobrietà che ci si aspetterebbe dall’ordine giudiziario e la leggerezza di una serata danzante finalizzata alla propaganda.
Non è un caso che proprio Gasparri abbia poi allargato lo sguardo alla vicenda calabrese, accorpando idealmente i due episodi in un unico, grave atto di parte. Chiedendo pubblicamente l’intervento del Presidente della Repubblica, nella sua veste di presidente del Consiglio superiore della magistratura, il senatore ha sottolineato l’intollerabilità di questi atteggiamenti. Se un comune cittadino o un esponente politico – ha argomentato – si presentasse in un tribunale con un volantino del proprio movimento, verrebbe giustamente allontanato dalle forze dell’ordine; eppure, i magistrati, abusando a suo dire della propria posizione, si permettono di allestire veri e propri presidi propagandistici all’interno del palazzo di giustizia. Il riferimento, neanche troppo velato, era all’appello alla sobrietà lanciato tempo addietro dal Capo dello Stato, un richiamo che, a giudizio del senatore, rischia di cadere nel vuoto di fronte a simili evidenze.
Dalle colonne del comitato per il Sì, la reazione non si è fatta attendere. Alessandro Sallusti, portavoce del Comitato, ha parlato senza mezzi termini di un fatto vergognoso, accusando l’Anm di aver trasformato i corridoi del Tribunale di Reggio Calabria in uno spazio elettorale privo di contraddittorio, dove le ragioni del No dominano incontrastate. Una deriva, questa, che secondo il portavoce testimonia il fastidio, se non la paura, che le ragioni della riforma suscitano in chi, come l’associazione dei magistrati, avrebbe tutto l’interesse a mantenere lo status quo. L’accusa è quella di avvelenare i pozzi, gettando fango sul referendum e oscurando il dibattito, in un atteggiamento che non rappresenterebbe una novità isolata, ma l’ennesimo segnale di una giustizia percepita come di parte. Chiesta, di conseguenza, la rimozione immediata dei cartelli e l’accertamento delle responsabilità di chi ne ha permesso l’esposizione.
Anche Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e coordinatore di Forza Italia per la campagna sul Sì, non ha usato giri di parole, bollandola come una forma di teppismo elettorale. Il riferimento, nel suo intervento, è andato agli scalmanati che occupano gli edifici pubblici, accomunando a quella pratica l’azione dell’Anm. Trasformare il tribunale di Reggio Calabria – ha proseguito – disseminandolo di cartelli intrisi di quelle che lui definisce falsità, significa offendere l’istituzione stessa. Mulè ha inoltre aggiunto un dettaglio non secondario, ricordando come quella stessa sede, la Corte d’Appello di Reggio Calabria, detenga un triste primato: milioni di euro liquidati ogni anno per ingiusta detenzione, un dato che, a suo avviso, rende ancora più paradossale la scelta di utilizzare quegli spazi per una propaganda che si oppone a una riforma che vorrebbe, tra le altre cose, ridurre simili evenienze.
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