La sfida italiana tra robotica avanzata e integrazione dell’intelligenza artificiale
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Redazione Economia
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Mentre l’amministrazione Trump, forte di una tradizione industriale che negli Stati Uniti ha sempre puntato sull’innovazione tecnologica come leva competitiva, consolida il proprio primato negli investimenti in intelligenza artificiale – si parla di cifre vicino ai 470 miliardi di dollari nell’ultimo decennio, una somma che surclassa ampiamente gli sforzi congiunti di Europa e Cina – l’Italia prova a giocare le proprie carte nel settore della robotica, un comparto dove può vantare numeri di tutto rispetto e una tradizione manifatturiera che affonda le radici nel secondo dopoguerra -1. Il quadro che emerge dall’analisi dei dati più recenti, incrociando le elaborazioni di Cassa Depositi e Prestiti con quanto emerso durante l’ultima edizione della fiera A&T di Torino, restituisce l’immagine di un Paese che, pur con ritardi strutturali nell’adozione dell’AI pura, riesce a ritagliarsi un ruolo da protagonista nella produzione di macchine intelligenti e interconnesse -6.
Il posizionamento europeo e il ruolo da protagonista dell’industria nazionale
I numeri parlano chiaro e, se letti con attenzione, mostrano una realtà produttiva che molti osservatori tendono a sottovalutare: l’Unione Europea si conferma il primo esportatore mondiale di robotica con scambi commerciali che, a fine 2024, avevano già raggiunto gli 80 miliardi di dollari, e in questo contesto l’Italia non è certo una comparsa -1. Siamo il secondo produttore di robot industriali all’interno dei confini comunitari, il secondo mercato per numero di installazioni – con oltre diecimila unità attive che rappresentano circa il 14% del totale europeo – e il sesto esportatore a livello globale, con un export che nel 2024 ha toccato i tre miliardi di dollari e un avanzo commerciale di 360 milioni -6. Numeri che, sommati alle 650 imprese specializzate disseminate prevalentemente lungo l’asse del Nord Italia e ai circa dodicimila addetti diretti, delineano un ecosistema produttivo che non teme confronti, reggendo l’urto della competizione con i colossi asiatici e nordamericani proprio lì dove la tradizione meccanica si sposa con l’elettronica e il digitale -1.
Eppure, come spesso accade quando si analizza il tessuto industriale nazionale, accanto alle luci si accendono inevitabilmente le ombre. Il Brief di CDP, nel fotografare questa leadership europea, lancia un allarme che gli addetti ai lavori conoscono fin troppo bene: se nella robotica “tradizionale” l’Italia tiene botta, sull’intelligenza artificiale vera e propria – quella che oggi permette ai robot di diventare adattivi, autonomi, capaci di interagire con l’ambiente circostante – il ritardo accumulato rischia di diventare un macigno -1. Dal 2013 al 2024 l’Unione Europea ha investito in AI circa 49 miliardi di dollari, una cifra che, al confronto, impallidisce di fronte ai 119 stanziati dalla Cina e ai 470 degli Stati Uniti, un gap che rischia di vanificare decenni di primati industriali se non si interviene con decisione e con una visione strategica di lungo periodo, quella stessa visione che, per sua natura, richiede ai policy maker di guardare oltre l’orizzonte dei singoli mandati elettorali -6.
L’appuntamento di Torino e la svolta della Physical AI
Se i numeri macro raccontano una sfida globale, è nei luoghi fisici della produzione e dell’incontro tra domanda e offerta che si misurano i reali passi avanti del comparto. L’edizione 2026 di A&T, la fiera dell’automazione e del testing che da vent’anni anima l’Oval Lingotto di Torino, ha rappresentato in questo senso un termometro preciso dello stato di salute e delle tendenze del settore -2. Oltre trecento espositori, richiamati da un format che Italian Exhibition Group ha voluto rilanciare proprio per avvicinare le tecnologie alle piccole e medie imprese, hanno popolato i padiglioni con una novità di sostanza: non più solo macchine che eseguono compiti ripetitivi, ma sistemi integrati in quella che gli esperti chiamano “AI fisica”, ovvero l’inrazione dell’intelligenza artificiale direttamente nei corpi meccanici dei robot, trasformandoli in cobot capaci di collaborare con l’operaio, di adattarsi a contesti non strutturati, di imparare dall’esperienza -2.
La Casa dell’Intelligenza Artificiale, allestita all’interno del percorso espositivo, ha fatto registrare il maggior numero di visitatori, segno che la curiosità e la voglia di comprendere – e possibilmente di adottare – queste tecnologie non manca, soprattutto tra quelle Pmi che rappresentano la spina dorsale del manifatturiero italiano e che, secondo le rilevazioni, sconta ancora un tasso di adozione dell’IA avanzata fermo a un misero 7-8% -2. Una forbice che, tra potenzialità e realtà applicativa, rischia di allargarsi se non si interviene sulla formazione e sulle competenze: da più parti, durante i workshop e gli incontri B2B della fiera, è emersa la necessità di un salto culturale, di un aggiornamento professionale che permetta a imprenditori e tecnici di governare macchine sempre più complesse, abbandonando la logica della sperimentazione fine a se stessa per abbracciare quella dell’integrazione nei processi produttivi quotidiani -7.
Investimenti, ricerca e il nodo delle competenze da sviluppare
Il tema del capitale umano, del resto, è centrale e trasversale. Lo conferma l’esperienza dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, l’AI4I che ha sede a Torino proprio all’interno delle OGR e che, dopo un primo anno di attività, si appresta a compiere un salto di qualità con la nascita della Digital Revolution House, un hub da oltre 40 milioni di euro che sorgerà nell’area della Cittadella Politecnica per mettere in connessione ricerca universitaria, formazione specialistica e trasferimento tecnologico alle imprese -3. L’obiettivo dichiarato, per bocca del suo presidente, è quello di attrarre giovani scienziati da tutto il mondo e trattenerli in Italia, offrendo loro un contesto in cui la frontiera della ricerca sull’AI si sviluppi in prossimità – fisica e culturale – con il mondo produttivo, quella stessa prossimità che, in fondo, ha sempre rappresentato il segreto del successo dei distretti industriali italiani -8.
Il paradosso, però, è che mentre la ricerca italiana sulla robotica avanzata si posiziona ai vertici – quarta al mondo per pubblicazioni scientifiche tra il 2019 e il 2023 e prima in Europa con una quota del 4,2%, oltre cinquecento brevetti registrati nell’ultimo decennio – la capacità di trasformare queste eccellenze in applicazioni industriali diffuse arranca -6. Le stime parlano chiaro: le nuove tecnologie genereranno nei prossimi anni un saldo occupazionale positivo, con circa 1,8 milioni di posti di lavoro in più, ma quasi nove milioni di addetti dovranno ripensare completamente le proprie competenze, affrontando percorsi di upskilling e reskilling che non possono essere lasciati all’iniziativa del singolo -7. Una sfida epocale, insomma, che chiama in causa la responsabilità di tutti gli attori in campo.




