Torino, l’impero dell’auto diventa un triumvirato: aerospazio e robotica trainano la crescita, ma l’Ict arranca
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Redazione Economia
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Il sistema produttivo torinese, e sarebbe più corretto dire il suo “nucleo produttivo esteso” – quella fitta rete che lega a doppio filo la manifattura ai servizi avanzati – non è più quello di una volta. Ma la novità, per certi versi persino sorprendente, è che il cambiamento non ha portato a un declino, bensì a una complessa e per certi versi contraddittoria fase di transizione. Dall’analisi del Rapporto Industria e Servizi Organizzati 2026, realizzato dalla Camera di Commercio di Torino in tandem con l’Unione Industriali e il Centro Einaudi, emerge un quadro in cui l’antica “monocoltura” dell’automobile, per decenni unico imperatore dell’economia locale, ha dovuto cedere il passo a una struttura più articolata, quasi un triumvirato composto da macchinari industriali, aerospazio e, seppur con qualche difficoltà, dalla robotica.
Non si tratta, è bene sottolinearlo, di un’inversione di rotta improvvisa, ma del risultato di un decennio di trasformazioni silenziose. I numeri, del resto, parlano chiaro: se si analizza il perimetro delle imprese con fatturato superiore ai cinque milioni di euro, si scopre che tra il 2014 e il 2023 il numero di queste realtà è balzato da 1.384 a 1.892, con un incremento degli addetti che ha superato le sessantamila unità, passando da 258.759 a 320.857. E tuttavia, e qui sta il paradosso, questa crescita dimensionale non si è ancora tradotta in una ritrovata capacità di generare valore aggiunto con la stessa intensità di altre aree del Nord Italia: il +1,5% annuo del nucleo produttivo locale, infatti, supera di appena due decimali la media delle province settentrionali, un dato che suona come un campanello d’allarme, o quanto meno come un invito a non cantare vittoria troppo presto.
L’aerospazio sorpassa l’auto e la robotica si fa strada, ma l’Ict perde colpi
Il fatto forse più rilevante, quello che ridefinisce gli equilibri, riguarda la gerarchia dei settori. L’aerospazio, che da solo concentra oltre la metà dell’export italiano di settore, ha di fatto superato per peso l’automotive, imponendosi come una delle voci principali del bilancio estero torinese. Assieme a lui, a sorreggere questa nuova architettura, ci sono la meccanica strumentale – che molti addetti ai lavori indicano come il vero motore silenzioso – e comparti come la chimica, la gomma-plastica e l’agroalimentare, i quali, seppur con minore visibilità, stanno dimostrando una tenuta e una capacità di innovazione notevoli. Una menzione a parte meriterebbe la robotica, il cui potenziale di crescita, legato a doppio filo con l’integrazione dell’intelligenza artificiale, sembra destinato a giocare un ruolo da protagonista nei prossimi anni, se è vero che fiere specializzate come A&T - Automation&Testing richiamano un numero crescente di imprese interessate a cobot e linee produttive automatizzate.
Eppure, a fronte di questi segnali positivi, esiste una crepa nel modello, una fragilità che riguarda il settore terziario avanzato. Contro ogni aspettativa, l’ICT e i servizi alle imprese, quelli che dovrebbero essere i naturali alleati della fabbrica intelligente, mostrano invece un’involuzione preoccupante. Nell’arco dell’ultimo decennio, il comparto ha perso il 13% del suo valore aggiunto per addetto, un’emorragia che i ricercatori spiegano con una struttura produttiva frammentata, fatta di realtà troppo piccole e spesso attratte dalla più dinamica piazza milanese. È un cortocircuito non da poco: mentre la manifattura si diversifica e chiede servizi sempre più sofisticati, l’offerta locale arranca, creando un paradosso per cui l’innovazione di prodotto rischia di non trovare un adeguato sostegno nel territorio.
Il nodo irrisolto della produttività e la frenata degli investimenti
Se il fatturato e i margini operativi, specialmente nell’ultimo triennio, hanno ripreso a correre – il 2024 si è chiuso con un +13,3% del risultato operativo – a preoccupare è piuttosto la produttività, che letteralmente “gira a vuoto”. A dispetto di una crescita complessiva, il valore aggiunto per addetto, se paragonato ad altre aree industrializzate, fatica a decollare, e anzi in alcuni settori come i servizi alla persona tocca picchi di bassa efficienza difficili da giustificare in un’economia che vuole dirsi avanzata. C’è poi un ulteriore segnale che invita alla prudenza, ed è quello relativo agli investimenti: nonostante la ripresa della redditività, nel 2024 si è registrato un calo del 5,8% nella spesa per beni strumentali, un dato che stride con la narrazione di una transizione ormai compiuta.
L’export regge ma paga il prezzo della competitività perduta
Sul fronte del commercio estero, la fotografia scattata dal Centro Einaudi rivela una realtà a due facce. Da un lato, la diversificazione è un fatto concreto: se nel 1998 l’export era sostanzialmente auto, oggi i macchinari valgono 7,9 miliardi e l’aerospazio ne vale 7,3, segno che il tessuto produttivo ha imparato a vendere al mondo prodotti diversi dalle sole quattro ruote. Dall’altro lato, però, la performance complessiva delle esportazioni torinesi negli ultimi venticinque anni è cresciuta solo del 17,4%, un dato che impallidisce di fronte al +124% di Bologna o al +101% di Modena. Peggio ancora, un’analisi cosiddetta shift-and-share dimostra che se le imprese locali avessero semplicemente mantenuto le quote di mercato del 1998, oggi esporterebbero circa 14 miliardi in più: il dato, al netto della crisi Fiat e delle delocalizzazioni, racconta di una competitività erosa, che negli ultimi due anni ha subito un’ulteriore battuta d’arresto a causa delle tensioni sui dazi e della crisi del settore automotive.




