Chirurgia robotica, l’allarme dell’Acoi: “Le raccomandazioni del Ministero portano l’Italia indietro di vent’anni”
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Redazione Salute
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Mentre in sala operatoria i robot chirurgici eseguono interventi sempre più complessi, aprendo scenari impensabili fino a pochi anni fa, il Ministero della Salute frena. Un paradosso italiano che vede da un lato la chirurgia di precisione – ne sono un esempio i recenti successi dell’ASST Ovest Milanese, dove il sistema “da Vinci” ha permesso di trattare una giovane paziente con una tecnica di trazione fasciale innovativa, la ventunesima al mondo -2 – e dall’altro una burocrazia accusata di guardare al passato. L’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani (Acoi) ha rotto gli indugi: le nuove raccomandazioni sull’Health Technology Assessment (Hta) per Chirurgia Generale, Ginecologia e Urologia sono, a loro dire, un’occasione sprecata che rischia di trasformare la prudenza in un freno secolare all’innovazione.
Prudenza o paralisi? Le critiche dell’Acoi al documento del Ministero
“Che il Ministero della Salute affronti il tema è positivo, ma sorprende che si chieda prudenza senza esplicitare la metodologia e, soprattutto, senza il parere dei chirurghi generali”. La voce critica è quella del presidente Acoi, Vincenzo Bottino, che analizza il documento pubblicato in questi giorni. C’è una contraddizione di fondo, a suo avviso: nel testo si riconoscono i vantaggi dell’approccio robotico per il carcinoma del retto – riduzione delle complicanze, minori perdite ematiche, meno conversioni – eppure la conclusione finale tende a scoraggiarne l’uso. Un’incoerenza che diventa ancora più stridente se letta accanto a un’altra realtà parallela: la centrale acquisti dello Stato ha appena bandito una gara per nuovi robot. Insomma, si compra la tecnologia ma si suggerisce ai medici di non usarla. Secondo Bottino, una contraddizione che evidenzia una mancanza di coordinamento istituzionale e che rischia di generare solo confusione nelle strutture sanitarie.
Eccellenze sul territorio: quando la robotica accorcia le distanze
Mentre Roma discute di metodologie e linee guida, negli ospedali la rivoluzione è già iniziata da tempo. A Legnano, il nuovo sistema robotico è operativo e i numeri parlano chiaro: oltre cinquanta interventi già effettuati dall’introduzione del “da Vinci Xi”, un numero destinato a crescere rapidamente grazie al lavoro delle équipe. Qui la priorità, come spiega il nuovo dirigente medico Davide Giraudo, è sviluppare la chirurgia mini-invasiva ad alta precisione. Giraudo, che guida il reparto di Urologia, sottolinea come la robotica consenta un risparmio dei nervi fondamentale nel trattamento del tumore alla prostata, riducendo l’incontinenza a percentuali vicine all’1-2%. Un dato che migliora drasticamente la qualità della vita post-operatoria.
Formazione e casi complessi: l’Italia che funziona non si ferma
La stessa spinta propulsiva si registra a Pisa, dove il Centro multidisciplinare di Chirurgia robotica dell’Aoup (Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana) ha appena concluso la seconda edizione del corso avanzato “A Trocar and a chair”. Coordinato da Giorgio Pomara, l’evento ha messo in condivisione le tecniche più moderne per il trattamento dei tumori urologici, con specialisti giunti da tutta Italia per assistere a cistectomie e prostatectomie radicali. È la prova, insomma, che l’eccellenza esiste e che la chirurgia robotica – se sostenuta da una formazione certificata e da volumi adeguati – rappresenta un valore aggiunto documentato. L’Acoi, dal canto suo, sta predisponendo osservazioni puntuali al documento ministeriale. Perché, conclude Bottino, la sanità italiana non può permettersi di restare indietro di vent’anni mentre il resto d’Europa corre.




