Cuba, il petrolio russo passa grazie al via libera di Trump: la petroliera “Anatoly Kolodkin” rompe il blocco
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Redazione Esteri
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L’attracco della petroliera russa Anatoly Kolodkin nel porto di Matanzas, avvenuto nelle prime ore del mattino, segna una cesura netta rispetto agli ultimi tre mesi di isolamento energetico imposto dall’amministrazione statunitense. Con un carico di oltre 730 mila barili di greggio – equivalenti a circa centomila tonnellate – la nave, che rientra tra quelle sottoposte a sanzioni occidentali per il conflitto in Ucraina, ha potuto attraccare solo dopo aver ricevisto una sorta di autorizzazione indiretta da Washington. Si tratta della prima consegna di idrocarburi all’isola dopo la decisione di Donald Trump, subito dopo l’intervento in Venezuela, di bloccare le tradizionali rotte commerciali che garantivano il sostentamento della rete elettrica cubana, riducendo all’osso le scorte di carburante e gettando la popolazione in una crisi umanitaria aggravata da blackout sempre più frequenti.
Il “lasciapassare” umanitario di Trump e la realpolitik
A rendere possibile lo sbarco è stata una dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, il quale, a bordo dell’aereo presidenziale, ha dichiarato di non avere “nessun problema” con l’arrivo della nave russa, purché si trattasse di un’operazione legata a ragioni umanitarie. “Hanno bisogno di sopravvivere”, ha detto Trump, giustificando così una deroga che di fatto mette in pausa, seppur temporaneamente, la stretta che aveva minacciato tariffe a qualsiasi nazione avesse tentato di rifornire l’Avana. La scelta, per quanto presentata come un gesto di clemenza verso la popolazione civile, rivela anche una valutazione strategica legata alla presenza della nave nello scenario caraibico: fonti stampa hanno riferito che le autorità statunitensi, in particolare la guardia costiera, hanno preferito evitare un eventuale confronto diretto in mare con Mosca, autorizzando il passaggio della petroliera dopo intense interlocuzioni diplomatiche.
Una crisi umanitaria alle porte degli Stati Uniti
La situazione nell’isola, che conta quasi dieci milioni di abitanti, era diventata drammaticamente insostenibile nelle settimane precedenti l’arrivo della Anatoly Kolodkin. La cattura di Nicolás Maduro in Venezuela – storico fornitore di greggio a condizioni di favore per L’Avana – aveva interrotto i flussi energetici principali, mentre le minacce di ritorsioni commerciali avevano dissuaso altri partner tradizionali, come il Messico, dal colmare il vuoto. Le conseguenze si erano tradotte in una paralisi dei trasporti pubblici, nell’accumulo di rifiuti non raccolti per mancanza di carburante negli automezzi e, secondo quanto denunciato dalle autorità sanitarie, nell’impossibilità di effettuare interventi chirurgici e garantire cure adeguate ai malati terminali a causa delle interruzioni di corrente. L’arrivo del carico russo, che verrà trasformato in diesel nei prossimi giorni, rappresenta quindi un sollievo immediato ma circoscritto, destinato a coprire il fabbisogno per poche settimane.
Il ruolo di Mosca e i contatti diplomatici
La vicenda si inserisce in un contesto di rapporti complessi tra le tre capitali: da un lato, il Cremlino ha rivendicato con forza l’operazione, con il portavoce presidenziale Dmitry Peskov che ha sottolineato come Mosca consideri un dovere sostenere i propri “amici” cubani, aggiungendo che la questione era stata sollevata “in anticipo” con i partner americani. Dall’altro, l’amministrazione Trump, pur concedendo la tregua sul fronte delle importazioni energetiche, non ha smesso di esercitare una pressione politica sull’Avana: nelle stesse ore in cui la petroliera attraccava, il segretario di Stato Marco Rubio ha rilanciato le critiche al governo cubano, definendolo corrotto e incapace di gestire l’economia, mentre il presidente Trump ribadiva che l’arrivo di un carico di petrolio non cambierà il destino di quella che ha definito una leadership “molto cattiva”. Le operazioni di scarico, seguite con attenzione dall’ambasciata russa all’Avana, confermano quindi che l’isola resta un terreno di scontro indiretto tra le due potenze, pur con concessioni tattiche imposte dall’urgenza umanitaria e dal rischio di escalation.




