Pex dividendi, la soglia dei 500mila euro è definitiva: cosa cambia dal 2026
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Redazione Economia
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Con il voto di fiducia al Senato e la trasmissione del provvedimento alla Camera, avvenuta il 24 dicembre 2025, la legge di bilancio per l'anno nuovo ha completato il suo iter parlamentare, rendendo operative una serie di modifiche fiscali di rilievo, tra le quali spicca la riformulazione del regime Pex per i dividendi. L'esclusione, parziale, di tali proventi dalla base imponibile – che rimane fissata al 95% per i soggetti Irres e varia per le altre tipologie di contribuenti – non è più un beneficio automatico, bensì condizionato al possesso di una partecipazione qualificata, secondo parametri che il legislatore ha voluto stringere. Il testo, che ha dunque superato l'esame delle Camere senza ulteriori emendamenti, introduce una duplice soglia, alternativa, per accedere al regime agevolato: da un lato, la proprietà di almeno il 5% del capitale della società che distribuisce gli utili; dall'altro, e questa è la novità più attesa dagli operatori, un valore fiscale della partecipazione non inferiore a 500mila euro.
Un regime allineato per dividendi e plusvalenze
La riforma, la cui portata era stata oggetto di aspre discussioni nelle settimane precedenti l'approvazione, si caratterizza per una scelta di coerenza interna, volta a scongiurare trattamenti difformi per la medesima quota di proprietà. Il legislatore, infatti, ha proceduto a un riallineamento del regime Pex non solo per i dividendi, ma anche per le plusvalenze realizzate sulla cessione delle partecipazioni stesse. Questo duplice intervento, che alcuni commentatori hanno definito "speculare", evita quella che sarebbe potuta diventare una significativa distorsione, impedendo che un pacchetto azionario goda del beneficio fiscale sulla distribuzione degli utili ma ne sia escluso in caso di realizzo della rivalutazione del capitale. L'obiettivo dichiarato è quello di preservare la neutralità della scelta imprenditoriale tra il percepire redditi da dividendi e quello di cedere la partecipazione, senza che il fisco influenzi indebitamente l'una o l'altra opzione.
Le scadenze operative e il contesto politico
L'entrata in vigore delle nuove norme coincide con una scadenza amministrativa già prevista dal calendario tributario. Le società che hanno distribuito dividendi nell'ultimo trimestre dell'anno precedente, infatti, sono tenute a versare le relative ritenute alla fonte entro il 16 gennaio 2026, un adempimento che quest'anno si carica di un significato particolare poiché segna il primo passo concreto sotto la vigenza del quadro normativo rivisto. L'approvazione definitiva del provvedimento giunge al termine di un percorso legislativo accidentato, segnato da pressioni e rinegoziazioni, delle quali sono state protagoniste, tra le altre, le rappresentanze del mondo imprenditoriale e finanziario. Le "società per azioni riunite in Assonime", insieme ad altre forze, avevano paventato gli effetti negativi dell'innalzamento della tassazione sui dividendi incassati da società partecipate, così come previsto nella prima stesura del disegno di legge.




