Finale: Allegro, la Bouchet e quel testamento biologico chiamato cinema

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   TORINO – C’è un’attrice che, a ottantadue anni, ha smesso di aspettare. Barbara Bouchet, icona di una certa eleganza internazionale, torna sul grande schermo con la forza di chi ha deciso che il tempo delle comparse – o dei ruoli che lei stessa definisce “piccolissimi” – è definitivamente scaduto. La proiezione speciale di “Finale: Allegro”, tenutasi al cinema Romano, ha restituito al pubblico l’immagine di una donna consapevole, che ha scelto di mettere la sua faccia (e la sua storia) al servizio di Karina, una pianista decisa a dirigere l’orchestra della propria vita fino all’ultima nota. E lo fa con un'aggettivazione che non ammette mezze misure: “Lo definirei un film che parla di una donna che decide tutto per sé, senza intrusioni né influenze esterne”, ha spiegato l'attrice italo-francese, “Karina sa come vivere, amare e, soprattutto, come intende morire”.

La pellicola, diretta dalla regista torinese Emanuela Piovano, è liberamente ispirata al romanzo “L’età ridicola” di Margherita Giacobino (Mondadori) e porta con sé il DNA della città sabauda. Girata tra marzo e aprile del 2024, ha calcato le scene più iconiche del capoluogo piemontese: dalla suggestiva cornice di piazza Vittorio Veneto al Lungo Po, fino ad arrivare all’Auditorium Rai di via Rossini, senza dimenticare il Circolo Canottieri Armida, il palazzetto del ghiaccio Tazzoli e persino il silenzio del Cimitero Monumentale. Alcune abitazioni private della zona precollina hanno fatto da sfondo a questo racconto intimo, che si inserisce perfettamente nel dibattito contemporaneo sul fine vita. La Bouchet, d’altronde, non si è mai nascosta dietro il personaggio: in queste settimane, le sue dichiarazioni hanno fatto discutere tanto quanto il film, in particolare quando ha preso posizione contro l’accanimento terapeutico.

Il controllo assoluto e dieci anni di attesa

La genesi del progetto è lunga quanto la pazienza dell’attrice. “Aspettavo un ruolo così da dieci anni”, ha confessato nel corso della presentazione, rivelando un retroscena che sa di rivalsa. Per un decennio, ha accettato ruoli che definisce “piccoli” o “camei”, sempre interpretando donne della sua età, non tanto per necessità quanto per un preciso disegno: dimostrare che si poteva ancora raccontare la terza età senza cadere nello stereotipo. Una strategia che ha portato i suoi frutti solo ora, con questo personaggio che, ironia della sorte, nel copione originale si chiamava semplicemente “La vecchia”. Insieme alla regista Piovano, Bouchet ha deciso di ribattezzarla Karina, in onore della sorella, e di trasformarla in una donna forte, affascinante e assolutamente autonoma. “Lei mi piace perché cerca di avere il controllo di tutto, dall’inizio alla fine”, ha ribadito, e c’è da crederle se si guarda alla determinazione con cui ha portato avanti questo progetto, vincendo anche il premio come miglior attrice al Bifest di Bari.

Torino e il testamento artistico

Ma “Finale: Allegro” non è solo un caso cinematografico; è un prodotto profondamente legato alla realtà torinese, sia per le location che per lo spirito che lo anima. La città, con il suo fascino un po' austero ma vitale, fa da contraltare perfetto alla storia di Karina, una musicista che si ritrova a fare i conti con la solitudine e la memoria. Il film, che ha visto la partecipazione della Film Commission locale, restituisce un’immagine della metropoli quasi intima, lontana dai cliché da cartolina. Per Barbara Bouchet, girare qui è stato come ritrovare una casa: “Non accetto l’accanimento terapeutico, sono d’accordo con le gemelle Kessler. Vorrei decidere io del mio destino”, ha dichiarato altrove, allineando la sua etica personale a quella del personaggio che interpreta. È una dichiarazione che pesa, e che trasforma la proiezione al Romano – dove la stessa Bouchet era presente per dialogare con il pubblico di addetti ai lavori – in un atto quasi politico, sebbene declinato al femminile e con un sorriso.

Una nuova consapevolezza sotto i riflettori

Ospite di programmi tv come “Da noi… a ruota libera” con Francesca Fialdini, l’attrice è tornata sotto i riflettori con un’energia che sembra essersi acuita con l’età. “Non è mai troppo tardi”, è stato il suo mantra, e il premio vinto a Bari ne è la prova tangibile. Lei, che per anni si è sentita penalizzata da una bellezza che forse offuscava il talento, oggi rivendica il diritto di invecchiare (senza ritocchi, come ha tenuto a sottolineare in più occasioni) e di raccontare storie complesse. Non si parla più solo di cinema sexy o di commedie leggere: qui c’è di mezzo la vita, la morte e la libertà di scelta. La sua Karina vive sola con il pianoforte e il gatto, ma è piena di risorse e di una determinazione che non teme il confronto con le nuove generazioni. Alla proiezione, l’attrice ha condiviso anche aneddoti personali, come quelli legati agli amori passati, dimostrando che la capacità di stupire non ha data di scadenza. “Un po’ mi sono rispecchiata in lei”, ha concluso, e guardandola, colta e sorridente, viene da pensare che questo “Finale: Allegro” sia solo un nuovo inizio.

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