Barbara Bouchet: «Ero ingabbiata nel cinema sexy, nessuno credeva più in me. L’amore? Non sono stufa, fa sempre bene»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Milano – La voce è squillante, quella di chi ha smesso da tempo di chiedere il permesso. Barbara Bouchet, ospite di Francesca Fialdini a “Da noi… a ruota libera”, non si presenta certo come una che getta la spugna. Anzi, lo fa con una consapevolezza nuova, cesellata da attese che qualcuno, forse, avrebbe giudicato vane. Il motore di questa rinascita – se di rinascita si può parlare, visto che la sua carriera non si è mai davvero fermata – è “Finale: allegro”, il film drammatico diretto da Emanuela Piovano. Un’opera che parla d’amore, di morte, di vita, e che le ha valso il premio come miglior attrice al Bifest di Bari. Un riconoscimento, quest’ultimo, che arriva dopo anni nei quali l’attrice confessa di aver dovuto combattere contro un’immagine ormai cristallizzata: quella dell’icona sexy dei B-movie all’italiana degli anni Settanta. «Ero ingabbiata – racconta –, nessuno credeva più in me. Avevo un passato, e questo passato diventava una gabbia».
Una gabbia chiamata cinema sexy
Barbara Bouchet, va detto, non rinnega nulla di quel periodo. Quelle pellicole, spesso giudicate minori, fanno parte della sua vita al pari di qualsiasi altra esperienza professionale. Il problema, semmai, era la rigidità con cui il mercato e forse il pubblico continuavano a etichettarla. «Lasciai il cinema a 39 anni – spiega – perché l’icona sexy era diventata una prigione». Non un ripudio, dunque, ma la constatazione di un limite invalicabile: dopo un certo tipo di ruoli, nessuno sembrava più disposto a immaginarla diversa. Così, per anni, ha accettato piccole parti, lavorando nel profondo, senza mai smettere di prepararsi. «Ho aspettato – dice –, e non è mai troppo tardi». L’occasione è arrivata con Piovano, regista che ha saputo vedere oltre la superficie, regalandole un ruolo drammatico dove il non è più solo oggetto dello sguardo altrui, ma veicolo di emozioni complesse.
«Finale: allegro» e la svolta dopo Bari
Il film, che dal 9 aprile sarà nelle sale dopo l’anteprima al Bif&st di Bari, rappresenta quindi un punto di svolta. Barbara Bouchet lo definisce «il ruolo della vita», e non lo dice per retorica. Il premio come miglior attrice al Bifest è lì a dimostrare che qualcosa è cambiato: non un semplice riconoscimento, ma la prova che un’attrice con un passato ingombrante può ancora stupire. «Adesso non mi fermo – assicura –, ho dimostrato che posso farcela. Sono pronta per altre parti importanti». Mercoledì accompagnerà la pellicola all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, fianco a fianco con la regista. Un’occasione, quella, per riannodare i fili di un rapporto professionale che lei stessa definisce rigenerante. Nessuna traccia, nelle sue parole, di nostalgia stucchevole: piuttosto la ferma volontà di continuare a lavorare, magari trovando ancora sceneggiature all’altezza di questa nuova maturità.
L’amore, i leoni e le gheparde
E poi c’è l’amore, tema che Bouchet affronta con la stessa schiettezza. «Non sono stufa – dice –, fa sempre bene». Un’affermazione che suona quasi come un manifesto, specie se si considera l’età dell’attrice e i luoghi comuni che circondano la vita sentimentale dopo una certa soglia. Nei suoi racconti affiorano aneddoti gustosi: «Lui aveva un leone, io una gheparda». Metafore, certo, ma che restituiscono l’idea di una donna che non ha mai smesso di cercare complicità, senza però rincorrere illusioni. «Alla mia età non è facile», ammette, senza drammatizzare. E a proposito di apparenze, ecco un altro tema scottante: il chirurgo estetico. «Non mi sono rifatta la faccia», svela, smontando con una frase secca ogni possibile pettegolezzo. Preferisce invecchiare, pare di capire, piuttosto che tradire se stessa. E forse è proprio questa la chiave della sua resistenza: una coerenza che non ha bisogno di maschere, né davanti alla macchina da presa né nella vita privata.




