Barbara Bouchet: «Sul fine vita sono d’accordo con le Kessler, non mi vedo attaccata ai tubi»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non c’è alcuna malinconia, in questa che forse è la sua rivincita più autentica. Barbara Bouchet, a 82 anni, torna sul grande schermo con un peso specifico che la sua iconica immagine da sexy star degli anni ‘70 – per quanto amata e, ammette lei, mai rinnegata – le aveva finora concesso solo di rado. Con “Finale: Allegro”, la pellicola della regista torinese Emanuela Piovano che martedì sera verrà presentata al Cinema Romano, l’attrice abbandona ogni cliché per indossare i panni di Karina, un’anziana pianista lesbica che, stanca di una vita trascorsa tra successi e amori difficili, decide di rivendicare il diritto a un congedo dignitoso. E lo fa con una leggerezza, quasi una “allegria” come suggerisce il titolo, che non sminuisce la tragicità del tema ma lo restituisce alla sfera più intima della libertà individuale.
«La fine si avvicina, voglio essere pronta»
È lo stesso personaggio a dichiararlo, nel film: “La fine si avvicina e non voglio essere impreparata”. Una frase che Barbara Bouchet ha fatto propria, trasformandola in un manifesto personale al di là della finzione scenica. Intervistata in questi giorni, l’attrice non ha usato giri di parole nel chiarire la sua posizione rispetto al testamento biologico e all’eutanasia, argomento centrale della pellicola ispirata al romanzo “L’età ridicola” di Margherita Giacobino. “Non accetto l’accanimento terapeutico – ha dichiarato senza mezzi termini – non mi vedo con i tubi attaccati”. Un’immagine forte, quella dei macchinari e delle flebo, che la Bouchet utilizza per tracciare un confine netto tra la cura e l’ostinazione clinica. In questa sua personale battaglia, trova un riferimento concreto nelle gemelle Kessler, storiche soubrette del teatro italiano: “Penso a loro, sono completamente d’accordo. Vorrei decidere io del mio destino”, ha aggiunto, auspicando che il legislatore, in futuro, possa colmare un vuoto normativo che definisce, di fatto, una gabbia per chi non vuole prolungare la sofferenza.
Lo specchio di Karina e la rivincita su un’immagine ingombrante
Il parallelo tra l’attrice e il suo personaggio, in realtà, non si ferma alla visione della morte. Karina è descritta come una donna che “vuole il controllo di tutto, dall’inizio alla fine”, una definizione calzante anche per la stessa Bouchet, se si considera il suo percorso per emanciparsi dall’etichetta di “bella presenza” che il cinema italiano le aveva cucito addosso. “Ero ingabbiata nel cinema sexy – ha raccontato in un’intervista televisiva a Francesca Fialdini – nessuno credeva in me. Le persone anziane oggi sono considerate un peso”. Una consapevolezza, la sua, maturata già a 39 anni quando decise di allontanarsi da quella che percepiva come una prigione dorata, fatta di ruoli spesso monocordi dove “la qualità era categoria riservata ai maschi”. È per questo che “Finale: Allegro” assume per lei i contorni di una liberazione artistica: un premio come migliore attrice al Bifest di Bari e la soddisfazione di interpretare “un ruolo femminile vero”, lontano anni luce dalle comparse patinate del passato.
Torino, il set e il ritmo di una produzione “allegra”
Girato interamente a Torino nel corso del 2024 – con il sostegno del Piemonte Film TV Fund e della Film Commission – il film restituisce un affresco intimo della città, dalle atmosfere dei Giardini Sambuy alle eleganti geometrie del Valentino. Per la Bouchet, tornare a lavorare sul set con la regista Piovano è stata un’esperienza di sintonia perfetta: “Mi ha lasciato libera, e io al tempo stesso le ho lasciato fare Barbara come la pensava fosse”. Una dinamica che ha giovato al realismo di Karina, una donna che vive sola con il suo pianoforte e il gatto Veleno, la cui routine viene sconvolta dall’arrivo di una giovane assistente. A dispetto della pesantezza dei temi – la malattia, la solitudine, la scelta di morire – la produzione ha mantenuto un ritmo serrato. L’attrice ricorda con un sorriso “un freddo cane e un mese e mezzo di sveglia alle 6”, quasi a voler sottolineare che, anche sul finire di una carriera, il mestiere richiede la stessa disciplina ferrea degli esordi.




