Barbara Bouchet: «A 82 anni penso alla morte, voglio sistemare tutto. La chirurgia plastica? Odio le bocche gonfie»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un modo, tutt’altro che consolatorio, di affrontare il tempo che passa senza ricorrere a finte mischie o a recitazioni edulcorate; e Barbara Bouchet, a ottantadue anni, lo sta dimostrando con una lucidità che in certi ambienti – quelli dello spettacolo, per intenderci, dove l’eterna giovinezza viene ancora venduta come unico biglietto da visita – potrebbe persino suonare fastidiosa. L’attrice, intervistata da La Stampa, non usa giri di parole: pensa alla morte, e lo dice. Lo dice con la stessa nettezza con cui, da sempre, ha scelto i propri ruoli o rifiutato certe derive estetiche. «Continuo a ripetere che voglio ruoli in cui appaio brutta e vecchia», spiega, e questa frase, per chi l’ha seguita negli anni Settanta o l’ha apprezzata persino nei B-movie italiani (da registi del calibro di Scorsese, Risi, Salce, Bolognini, Di Leo, giusto per citarne alcuni), ha il sapore di una dichiarazione di indipendenza definitiva.
Mostrarsi per quello che si è, una donna grande, non le provoca alcun problema; anzi, ne fa una bandiera silenziosa. La certezza, quella vera, è che i fan ti amano comunque, anche con le rughe – purché non si sfiguri, precisa lei. E qui il discorso vira su un terreno scottante, quello della chirurgia estetica. Bouchet non le manda a dire: odia le bocche gonfie, quelle che hanno trasformato tante sue colleghe in caricature malinconiche di sé stesse. «Bisogna accettarsi», taglia corto. Nessuna crociata, nessun moralismo: solo il frutto di una vita passata a osservare, a scegliere, a dire di no.
Un film che sfida la narrazione consueta della vecchiaia
Questa lucidità si ritrova intatta nel film che la vede protagonista, *Finale: Allegro*, diretto da Emanuela Piovano e atteso nelle sale italiane il 9 aprile 2026. La pellicola – che ha già ottenuto un riconoscimento significativo, il premio come miglior attrice protagonista al Bif&st per il cinema italiano – racconta la storia di Karina, una donna ottantenne che vive sola con il suo pianoforte e un gatto di nome Veleno. Convinta di aver già deciso cosa fare del tempo che le resta, Karina si trova però a fare i conti con un passato che torna a bussare: una giovane collaboratrice domestica irrompe nella sua quotidianità, mentre l’amore impossibile per Elena chiede ancora spazio. Non c’è traccia, in questo impianto narrativo, delle malattie che il cinema associa spesso a quell’età – Alzheimer, demenza, immobilità – e già questa scelta, di per sé, merita l’apprezzamento che Paolo Mereghetti le ha riconosciuto con un voto 7.
Il peso di un premio meritato e una carriera da riscoprire
Troppe volte, va detto, Barbara Bouchet è stata sottovalutata. Non dalla giuria del Bif&st, che le ha consegnato un premio come miglior attrice protagonista – meritato, sottolineano molti – né da chi ha avuto la pazienza di rileggere la sua filmografia senza i paraocchi del pregiudizio. Perché lei, sì, è stata la regina indimenticabile del B-movie italiano, ma ha anche recitato per autori di prima grandezza. E oggi, a ottantadue anni, non chiede pietà né indulgenza. Chiede ruoli in cui appaia brutta e vecchia. Chiede di mostrarsi per quello che è. E lo fa con una schiettezza che, in un’epoca ossessionata dai filtri e dai ritocchi, appare quasi sovversiva.
La morte come pensiero pratico, non come ossessione
Quando dice «voglio sistemare tutto», non si riferisce a questioni patrimoniali o testamentarie – o almeno non solo. È un’operazione di ordine interiore, la stessa che traspare dalla sinfonia dal finale sorprendentemente allegro della sua Karina. Il pensiero della morte, per Bouchet, non è un lutto anticipato né una recita malinconica. È una bussola. E in questo senso, il suo no alla chirurgia delle labbra gonfie e il suo sì alle rughe raccontano la stessa identica cosa: si può invecchiare senza recitare la parte della vecchia, e si può essere ottantenni senza doversi per forza scusare di esistere. *Finale: Allegro* – con la regista Emanuela Piovano, la protagonista Bouchet e una moderazione affidata a Marta Perego – prova a mettere in scena proprio questo equilibrio instabile tra memoria, affetti e libertà. Con un’attrice che, a ottantadue anni, ha le idee più chiare di molte venticinquenni.




