Bpifrance segna l’utile in calo del 44% e il peso del dividendo Stellantis si fa sentire

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’istituto guidato da Nicolas Dufourcq, nonostante abbia messo a segno un’attività operativa da primato, si trova a fare i conti con una redditività in forte flessione: il 2025 di Bpifrance si chiude con un utile netto in caduta libera del 44%, arrivando a quota 501 milioni di euro contro gli 896 dell’esercizio precedente -1. Un tonfo, questo, che trova la sua principale spiegazione – spiegano dalla banca pubblica – nella brusca contrazione del dividendo distribuito da Stellantis, colosso automobilistico di cui Bpifrance detiene una partecipazione rilevante, pari al 6,7% del capitale. La cedola proveniente dal gruppo guidato da Antonio Filosa, infatti, è più che dimezzata rispetto al passato, e le previsioni per il 2026 parlano addirittura di un dividendo azzerato, una circostanza che ha inevitabilmente effetto sui conti del socio pubblico francese -1.

Se si guarda al cuore dell’attività, però, il quadro è diametralmente opposto. Bpifrance ha infatti iniettato nel sistema economico francese la cifra record di 72 miliardi di euro, segnando un progresso del 20% rispetto al 2024 -1-6. I crediti erogati toccano i 20,7 miliardi, in aumento del 6,3%, e l’attività nel private equity si mantiene sostenuta con 2,5 miliardi investiti in 168 aziende -1. Sul fronte dell’export, l’Assurance-Export ha garantito operazioni per oltre 30 miliardi, di cui 29 miliardi in assicurazione credito, con un balzo in avanti del 54% -1-6. Numeri, quelli dell’operatività, che farebbero pensare a un anno d’oro, e che invece si scontrano con la realtà dei bilanci appesantiti dalle partecipazioni.

Oltre al caso Stellantis, pesano come macigni anche le performance di due colossi della microelettronica, STMicroelectronics e Soitec, definite dallo stesso Dufourcq come “grumeaux”, grumi, nei conti della banca -1. Queste due società, dopo un triennio di crescita tumultuosa, hanno subito una brusca inversione di tendenza che ha comportato una rettifica al ribasso nei criteri di valutazione, venendo integrate con il metodo del patrimonio netto a causa dell’influenza notevole esercitata da Bpifrance. Solo per questi due titoli, l’impatto negativo sul risultato della banca pubblica ammonta a 353 milioni, mentre il solo Stellantis pesa per 168 milioni -1. Il prodotto netto bancario, di conseguenza, arretra del 14,4% attestandosi a 1,8 miliardi -1-6.

Il Titolo Stellantis sotto i colpi della class action americana

Se a Parigi si contano i danni della cedola mancata, a New York e Milano si moltiplicano le nubi all’orizzonte per il gruppo automobilistico. Non bastasse il crollo verticale del titolo, che ha perso in una sola seduta di inizio febbraio oltre il 25% del suo valore a Piazza Affari, sprofondando verso quota 6,11 euro – livelli che mancavano dal lontano 2021 – ora si profila anche una battaglia legale negli Stati Uniti. Lo studio legale Levi & Korsinsky, specialista in azioni collettive a tutela degli azionisti, ha infatti avviato un’indagine per presunte violazioni delle leggi federali sui titoli mobiliari, aprendo concretamente la strada a una class action.

L’accusa mossa dai legali americani, che hanno già depositato un esposto presso la corte distrettuale di New York, si basa sull’assunto che la società abbia fornito al mercato informazioni non corrette o quantomeno incomplete sulla propria salute operativa -7. In particolare, si contesta al management, all’epoca guidato da Carlos Tavares, di aver rassicurto gli investitori sulla solidità del gruppo e sulla gestione delle scorte in Nord America, salvo poi dover comunicare a fine luglio 2024 un crollo degli utili del 48% e ammettere la necessità di interventi drastici su prezzi e produzione -2-7.

Il peso dei 22 miliardi di oneri e la nuova strategia industriale

All’origine del tracollo finanziario e del conseguente interesse dei legali americani c’è una decisione strategica di portata epocale per il gruppo. Stellantis ha annunciato oneri straordinari per 22,2 miliardi di euro, legati a una profonda revisione dei piani sull’elettrico. Una cifra che inra svalutazioni di prodotti, cancellazione di modelli e programmi di sviluppo giudicati ormai non più in linea con la domanda reale. Lo stesso amministratore delegato Antonio Filosa, parlando degli oneri, ha ammesso che alla base c’è stata “una sovrastima del ritmo della transizione energetica”, la quale ha allontanato l’offerta del gruppo “dalle esigenze, dalle possibilità e dai desideri reali di molti acquirenti di autovetture”.

Tale rettifica, che comporta una perdita netta stimata per il secondo semestre 2025 tra i 19 e i 21 miliardi, ha portato il consiglio di amministrazione a sospendere il dividendo per l’esercizio 2026, una mossa che ha ulteriormente irritato la platea degli investitori, molti dei quali avevano acquistato il titolo proprio per la sua rinomata generosità cedolare -3-9. La società ha inoltre autorizzato l’emissione di obbligazioni ibride perpetue per un massimo di 5 miliardi, cercando di blindare la propria struttura patrimoniale in un momento di profonda turbolenza -4-10.

I conti e l’effetto sull’azionariato francese

Il legame stretto tra la parabola discendente di Stellantis e i conti di Bpifrance evidenzia quanto l’azionariato pubblico francese sia esposto alle sorti dell’automotive. La banca presieduta da Dufourcq, terzo azionista del gruppo con una quota che rappresenta di fatto lo Stato transalpino, subisce passivamente le conseguenze delle scelte industriali del Lingotto e del nuovo corso impresso da Filosa. Non è solo una questione di dividendo, ma di percezione complessiva del rischio: i 22 miliardi di svalutazioni, lo stop alla cedola e l’incognita class action si riverberano direttamente sul valore della partecipazione, che per Bpifrance significa anche una minusvalenza latente di cui, prima o poi, bisognerà tenere conto nelle valutazioni di portafoglio. Il crollo del titolo in Borsa, che dai massimi di marzo 2024 ha perso oltre il 75% del valore, fotografa la tempesta perfetta che si è abbattuta sul gruppo, con ricadute pesanti anche per i piccoli azionisti e per i dipendenti degli stabilimenti italiani, come quello di Cassino, dove le fermate produttive si susseguono senza sosta.

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