Piaggio, l’utile si dimezza e il dividendo salta. Ricavi in calo a 1,5 miliardi, Colaninno: "anno complesso"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il consolidamento delle marginalità, per quanto positivo, non basta a compensare lo tsunami di fattori esogeni che ha investito i conti del gruppo Piaggio. La casa di Pontedera, che controlla tra gli altri il marchio veneziano Aprilia, ha chiuso il bilancio del 2025 con un utile netto positivo fermo a 34 milioni di euro, una contrazione netta del 49,4% rispetto ai 67,2 milioni registrati al 31 dicembre dell’anno precedente. Un dimezzamento, quello dell’utile, che riflette un contesto macroeconomico descritto dall’amministratore delegato Michele Colaninno come "sicuramente complesso a livello mondiale", condizionato da nuove barriere tariffarie, dal rincaro delle materie prime e da una volatilità valutaria che ha reso complicata qualsiasi pianificazione di lungo corso.

I ricavi netti consolidati si sono attestati a 1.501,9 milioni di euro, segnando un calo dell'11,7% rispetto ai 1.701,3 milioni del 2024; un dato che al netto dell'effetto cambio si attesta su una flessione del 9%, dimostrando come la forza del dollaro o le tensioni su altre divise abbiano inciso in maniera non trascurabile sui conti. Le vendite globali, del resto, sono scese a 445.200 veicoli, il 7,6% in meno rispetto all’anno precedente, con un arretramento che ha investito un po’ tutti i mercati. La flessione generale, spiega una nota della società, ha risentito principalmente della contrazione della domanda in Europa e negli Stati Uniti, cui si è aggiunto il ridimensionamento del segmento premium in area Apac, tradizionalmente uno dei più redditizi per il marchio.

Margine industriale in leggero recupero nonostante la frenata del fatturato

Nonostante il fatturato sia arretrato in maniera piuttosto netta, il gruppo è riuscito a difendere – e anzi a migliorare leggermente – la propria redditività industriale. Il margine lordo industriale si è attestato a 457,6 milioni di euro, in calo del 7,9% rispetto al 2024, ma la sua incidenza sul fatturato è salita al 30,5%, un dato migliore del 29,2% registrato dodici mesi prima. Un risultato, questo, che l’azienda rivendica come frutto di processi interni finalizzati al miglioramento della produttività in un frangente in cui l’orizzonte si presentava tutt’altro che sereno. Scendono, seppur di poco, anche le spese operative, ferme a 356,4 milioni, mentre l’Ebitda consolidato si è assestato a 250,8 milioni, in flessione del 12,5%, con un margin del 16,7% sostanzialmente in linea con il 16,9% del 2024. Più marcato, invece, il calo del risultato operativo (Ebit), sceso a 101,2 milioni dai precedenti 147,7 milioni, con un’incidenza del 6,7% sul fatturato contro l'8,7% di fine 2024.

L’indebitamento finanziario netto, nel frattempo, è lievitato a 577,6 milioni di euro, contro i 534 milioni del 31 dicembre 2024; un incremento che il management spiega principalmente con la riduzione del debito commerciale, una dinamica che assorbe liquidità e peggiora la posizione finanziaria netta a breve termine. Sul fronte degli investimenti, il gruppo ha messo a bilancio 140,6 milioni di euro, in calo rispetto ai 182,7 milioni dell'esercizio precedente, ma in linea con una pianificazione che, nelle parole di Colaninno, punta a mantenere flessibili i siti produttivi per rispondere con prontezza alle sollecitazioni dei singoli mercati.

Niente saldo sul dividendo dopo l’acconto di settembre, performance contrastate per i marchi

Alla luce dei conti, il consiglio di amministrazione ha deliberato di non procedere alla distribuzione di un saldo sul dividendo in aggiunta all’acconto di 4 centesimi per azione già pagato lo scorso 24 settembre. Una scelta che mette al riparo la cassa ma che inevitabilmente deluderà le attese di quegli azionisti che speravano in un ritorno aggiuntivo dopo un anno complicato. La decisione, che sarà sottoposta all'assemblea, fotografa la volontà di preservare risorse in un orizzonte che resta nebuloso: "Nonostante sia ancora complicato fare delle precise previsioni riguardo al futuro prossimo", ha aggiunto Colaninno, "sono confermate le strategie di prodotto di lungo periodo nella mobilità leggera delle due ruote, nei veicoli commerciali e nella robotica avanzata".

Guardando ai singoli business, il settore due ruote ha venduto 329.000 veicoli, in calo rispetto ai 359.900 del 2024, con un fatturato netto sceso a 1.155,4 milioni di euro (dai 1.298,3 milioni). Il calo, spiegano dall'azienda, è stato influenzato dalla contrazione della domanda europea successiva all'introduzione della normativa Euro 5+, che aveva spinto le immatricolazioni nell'ultimo scorcio del 2024. In controtendenza, alcune performance di mercato: in Europa Piaggio conquista una quota complessiva del 10,2% e si posiziona tra i leader negli scooter con il 17,5%, mentre in Nord America tocca il 34,7% nel segmento. Aprilia, in particolare, è risultata il marchio più venduto in Europa tra le sportive carenate, con una quota del 13%, forte del successo della RS 660 e dell'ingresso della RS 457; negli Stati Uniti, il marchio veneto è il quinto nella classifica delle sportive e il primo tra i costruttori europei, con una crescita del 30% sul 2024.

Veicoli commerciali in flessione, si attende lo sviluppo dell’elettrico

Nel comparto dei veicoli commerciali, Piaggio ha chiuso l'anno con 116.200 unità vendute (erano state 121.700 nel 2024), per un fatturato netto di 346,6 milioni di euro in calo rispetto ai 403 milioni dell'esercizio precedente. Un arretramento che s contingentato, ma che non ferma i piani di sviluppo legati all’elettrificazione della gamma, come dimostra il lancio del Porter NPE, successore del fortunato NP6. L’incremento degli ammortamenti registrato nell’anno, del resto, è sostanzialmente la conseguenza dell'avvio della produzione delle motorizzazioni elettriche imposte dal Green Deal europeo. E proprio sulla transizione energetica e sulla capacità di adattare i siti produttivi alle nuove tecnologie il gruppo punta a giocare le sue carte nei prossimi anni, forte di una presenza geografica che spazia dall'Europa all'India – dove il mercato tiene – fino alle Americhe. La partita, adesso, si giocherà sulla capacità di trasformare la flessibilità produttiva in un vantaggio competitivo, in attesa che il quadro geopolitico ed economico mondiale mostri segni di una distensione capace di rilanciare la propensione all'acquisto.

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