Istat, in Italia gli stipendi reali restano in picchiata nonostante gli aumenti nominali
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Redazione Interno
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In un Paese dove l’inflazione, seppur in rallentamento, continua a erodere il potere d’acquisto, l’Istat scatta una fotografia impietosa della condizione dei lavoratori: a settembre 2025, i salari in termini reali, depurati cioè dall’aumento dei prezzi, risultano ancora inferiori di un preoccupante 8,8% rispetto a quanto non fossero all’inizio del 2021. Nonostante la crescita nominale degli stipendi, che pure si è registrata, e nonostante gli sforzi di adeguamento contrattuale profusi in molti comparti, il recupero non è riuscito a tenere il passo con il carovita, lasciando così sotto una pressione costante la capacità di spesa delle famiglie, delle quali si assottiglia, mese dopo mese, il portafoglio.
Le performance a doppia velocità dei diversi settori
A settembre 2025, come rilevato dall’Istituto di statistica, le retribuzioni lorde orarie contrattuali sono cresciute in media del 2,6% su base annua, un dato che, se osservato superficialmente, potrebbe suggerire un trend positivo. Questa crescita, tuttavia, non è stata affatto uniforme, anzi, ha tracciato un solco profondo tra i diversi ambiti professionali. Alcuni settori, come l’agricoltura e soprattutto la pubblica amministrazione, hanno beneficiato di incrementi più marcati, mentre altri, come l’industria in senso stretto e una parte consistente dei servizi privati, sono rimasti indietro, segnando performance ben al di sotto della media.
Il balzo del pubblico impiego e i contratti in vigore
È il comparto della pubblica amministrazione a svettare in questa particolare classifica, con i ministeri che hanno fatto registrare un aumento delle retribuzioni addirittura del 7,2%, un dato che spicca in modo evidente sullo sfondo di una generale stagnazione. Alla fine del terzo trimestre del 2025, risultano in vigore, per la parte economica, ben 46 contratti collettivi nazionali di lavoro, i quali, nel loro insieme, riguardano circa 7,5 milioni di dipendenti, una cifra che corrisponde al 56,9% del totale. Questi accordi coprono, peraltro, più della metà del monte retributivo complessivo, precisamente il 54,6%. Nel trimestre in esame sono stati recepiti cinque nuovi contratti: due hanno interessato il settore industriale, uno i servizi privati e due, appunto, la pubblica amministrazione.
Il divario incolmato tra cifre nominali e potere d'acquisto
La questione di fondo, che permane nonostante gli scatti stipendiali in alcuni ambiti, rimane quindi l’enorme divario tra la crescita nominale e quella reale. Gli aumenti contrattuali, per quanto significativi in certi casi, si sono rivelati insufficienti a colmare il vuoto creato dall’impennata inflazionistica degli anni passati. Il risultato, che l’Istat certifica con i suoi numeri, è che lavorare oggi non sempre mette al riparo dal rischio di povertà, in un contesto economico nel quale il costo della vita resta ostinatamente elevato e i salari faticano a riprendere il terreno perduto.




