Trump ribattezza lo Stretto di Hormuz e apre al negoziato mentre il conflitto si allarga
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Redazione Esteri
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La guerra in Medio Oriente, entrata ormai nella quinta settimana, mostra un allargamento del fronte che pochi avevano previsto nelle fasi iniziali delle ostilità. Se fino a ieri il conflitto sembrava confinato allo scontro diretto tra Israele, Stati Uniti e Iran, nelle ultime ore si è assistito a un’escalation geografica significativa: lo Yemen, o meglio la fazione Houthi che ne controlla gran parte del territorio, ha rivendicato un attacco missilistico contro Israele, il primo dall’inizio della guerra. Il gruppo, storicamente vicino a Teheran, ha parlato di un lancio di razzi verso "obiettivi militari sensibili" israeliani, confermando di non essere neutrale in questo frangente e anzi, come dichiarato dal loro leader nei giorni scorsi, pronti a intervenire militarmente se le dinamiche regionali lo richiederanno.
A complicare ulteriormente lo scenario, già infiammato dagli attacchi reciproci tra Stati Uniti, Israele e Iran con ripercussioni su Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, arriva la mossa diplomatica – o forse sarebbe meglio dire "comunicativa" – del presidente americano Donald Trump. Intervenendo a Miami, il capo della Casa Bianca ha lanciato una provocazione destinata a fare discutere, ribattezzando lo Stretto di Hormuz – il passaggio cruciale per il traffico petrolifero mondiale – come "Stretto di Trump". Pur correggendosi subito dopo, con la consueta ironia che lo caratterizza, Trump ha chiarito il punto centrale del suo messaggio: "Devono aprirlo, devono aprire lo Stretto di Trump, voglio dire Hormuz". La dichiarazione, oltre a strizzare l’occhio alla sua base elettorale con una trovata simile alla ridenominazione del Golfo del Messico in "Golfo d’America", serve a sottolineare la pressione massima esercitata sull’Iran perché rimuova il blocco navale che di fatto sta paralizzando il commercio di greggio e gas liquefatto.
Proprio su questo punto si gioca una delle partite più delicate per l’economia globale e, in particolare, per l’Italia. La chiusura virtuale dello Stretto, dove il numero di navi transitate è crollato da oltre un centinaio al giorno a poche unità, sta già producendo effetti tangibili sui prezzi dei carburanti e, come prevedibile, sul costo dell’energia. L’Europa, ancora alle prese con la transizione energetica post-crisi ucraina, ha ricevuto una doccia fredda. La Commissione Europea, tramite il commissario per l’energia Dan Jorgensen, ha inviato una lettera ai Paesi membri chiedendo di abbassare gli obiettivi di stoccaggio del gas per il prossimo inverno, portandoli dal consueto 90% all’80%, un segnale inequivocabile della difficoltà di approvvigionamento vista la riduzione delle esportazioni di GNL dal Qatar, il cui 17% della capacità produttiva risulta compromesso dagli attacchi.
Nonostante le bombe continuino a cadere – con fonti che riportano attacchi israeliani a siti nucleari iraniani e feriti tra i soldati americani di stanza in Arabia Saudita a seguito di attacchi di ritorsione -1 – il canale diplomatico sembra ancora pulsare. L’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente, Steve Witkoff, intervenuto nello stesso contesto di Miami, ha rivelato che gli Stati Uniti sono "speranzosi" di poter tenere colloqui con l’Iran già nel corso di questa settimana. "Rimaniamo qui e non ce ne andiamo finché non abbiamo finito", ha dichiarato Witkoff, citando la volontà di Trump di arrivare a un accordo di pace, mentre il presidente stesso insisteva nel descrivere l’Iran come "implorante" per trovare una soluzione che ponga fine alle ostilità.
Un’economia in ostaggio tra missili e diplomazia
Le conseguenze di questa crisi, però, non si limitano al campo di battaglia. Il blocco de facto dello Stretto di Hormuz sta tenendo in scacco l’economia reale. L’Italia, particolarmente esposta, vede il suo approvvigionamento energetico in bilico. Sebbene la nostra dipendenza diretta dal petrolio che transita da Hormuz sia limitata a circa il 5% del fabbisogno nazionale, la situazione è ben più critica per quanto riguarda il gas. Circa il 25% del nostro fabbisogno di gas naturale liquefatto arriva infatti dal Qatar, e le sue navi, per raggiungere l’Europa, devono necessariamente attraversare quel braccio di mare oggi trasformato in un campo minato. Le ripercussioni si vedono già sui listini: il prezzo del gas ad Amsterdam è schizzato del 25% in poche ore, un aumento che si tradurrà inevitabilmente in bollette più pesanti per famiglie e imprese.
La task force ONU e il nodo sicurezza globale
Proprio per cercare di scongiurare il collasso energetico, le Nazioni Unite hanno istituito una task force dedicata allo Stretto di Hormuz. L’obiettivo del gruppo di lavoro, secondo quanto emerso, è quello di sviluppare meccanismi tecnici specifici per garantire il passaggio sicuro delle merci umanitarie e agricole, cercando di separare il bisogno di stabilità commerciale dalla tensione militare. Un tentativo, quello dell’ONU, di creare un corridoio di sicurezza in uno scenario dove ogni movimento navale rischia di essere interpretato come un atto di guerra. Come osservato in queste settimane, anche l’Italia ha dovuto valutare con attenzione ogni passo: l’invio di navi militari nella zona, pur auspicato da alcuni per proteggere il commercio, rischierebbe di essere letto da Teheran come una partecipazione diretta al conflitto.
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