Emirates archivia l’anno con un utile da record e premia i dipendenti con venti settimane di stipendio
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Redazione Economia
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Il Gruppo Emirates ha pubblicato il report annuale relativo all’esercizio 2025-26, e i numeri contenuti nel documento – nonostante un contesto operativo reso proibitivo dalla chiusura degli spazi aerei sul Golfo – raccontano una storia di resilienza finanziaria quasi paradossale. La compagnia con base a Dubai, che controlla non solo il vettore ma anche i servizi di catering e la gestione aeroportuale, ha registrato un utile ante imposte pari a 24,4 miliardi di Dirham, l’equivalente di circa 5,6 miliardi di euro. Questa cifra, in crescita del 7% rispetto ai dodici mesi precedenti, segna il quarto anno consecutivo di profitti record per il colosso mediorientale, il quale continua a mantenersi saldamente ai vertici mondiali del settore per quanto riguarda la redditività. I ricavi, dal canto loro, hanno toccato per la prima volta quota 150,5 miliardi di Dirham (34,6 miliardi di euro), trainati da una domanda internazionale che non ha subito flessioni significative nonostante le tensioni geopolitiche.
La liquidità cresce nonostante le rotte tagliate e il caro-carburante
Se l’utile e i ricavi rappresentano già di per sé dei risultati eclatanti, è forse il dato relativo alla liquidità a sorprendere di più gli analisti, considerando le turbolenze degli ultimi mesi. Il gruppo è riuscito ad accumulare un livello record di disponibilità liquide pari a 59,6 miliardi di Dirham (circa 13,7 miliardi di euro), segnando un incremento del 12% su base annua. Questa solidità patrimoniale, maturata in un periodo in cui i vettori dell’area hanno dovuto sostenere costi aggiuntivi per il carburante – il cui prezzo è schizzato alle stelle dopo lo scoppio del conflitto – e per il dirottamento dei voli su corridoi alternativi, fornisce una protezione sostanziale contro le incertezze future. Vale la pena ricordare che solo a marzo, l’ultimo mese dell’esercizio fiscale chiuso il giorno 31, le operazioni avevano subito rallentamenti pesanti a causa delle ostilità in Iran; ciononostante, la compagnia è riuscita a proteggere i propri margini, confermando la sua efficienza nella gestione della capacità operativa e delle strategie di copertura dei costi.
Venti settimane di stipendio per la forza lavoro globale
Per celebrare questa straordinaria performance – che arriva in un momento di crisi acuta per il trasporto aereo globale, con i grandi hub del Golfo che hanno visto cancellare decine di migliaia di collegamenti – Emirates ha deciso di destinare una parte consistente dei profitti ai propri dipendenti. Il gruppo ha annunciato un bonus pari a venti settimane di stipendio per i 130mila lavoratori del gruppo, un importo leggermente inferiore rispetto alle ventidue settimane erogate lo scorso anno, ma che rimane ben al di sopra degli obiettivi interni predefiniti. Si legge nella nota diffusa dalla società che questa cifra rappresenta un riconoscimento per la «bravery and incredible resilience» mostrata dai team durante le fasi più aspre della crisi. Parallelamente, la compagnia ha continuato a espandere la propria forza lavoro, registrando un incremento del personale del 7,9% che porta l’organico totale a quasi 75mila unità, un segnale questo che contraddice le tendenze recessive osservate altrove.
I conti tornano nonostante la chiusura degli scali del Golfo
Guardando ai dati grezzi, la tenuta dei conti di Emirates appare ancora più sorprendente se la si contestualizza nel caos che ha investito il settore a cavallo tra febbraio e marzo. Nei primi giorni dei raid, i principali vettori dell’area avevano subito una riduzione drastica delle operazioni, con oltre 43mila voli cancellati e milioni di passeggeri bloccati a terra nei soli hub di Dubai, Abu Dhabi e Doha. Per Emirates, la cui strategia commerciale si basa storicamente sul traffico in coincidenza tra Oriente e Occidente, la chiusura parziale degli spazi aerei di Iran, Iraq e Giordania ha rappresentato una sfida logistica di prim’ordine, costringendo i piloti a tracciare rotte più lunghe e a consumare molto più cherosene. Nonostante questi ostacoli, l’utile netto ha raggiunto i 5,4 miliardi di dollari, con un incremento di circa tre punti percentuali rispetto all’anno precedente, a dimostrazione del fatto che la leva tariffaria e l’elevato tasso di riempimento dei posti (load factor) hanno compensato le inefficienze operative.




