La riforma Schillaci che fa tremare i medici di famiglia tra assunzioni statali e guerra sindacale
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Redazione Interno
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Il tentativo di rivoluzionare la medicina territoriale, messo nero su bianco dal ministro della Salute Orazio Schillaci nella bozza presentata in Conferenza delle Regioni, sta innescando una reazione a catena nel mondo della categoria. L’architettura del provvedimento, che mira a rendere operative le Case della Comunità finanziate dal Pnrr entro la fatidica scadenza del 30 giugno, poggia su un principio destabilizzante per il tradizionale rapporto di lavoro: il "doppio canale”. Da una parte, infatti, viene mantenuta e riformata la convenzione (che lega il professionista al Ssn senza però un rapporto di subordinazione); dall’altra, spalanca le porte a una dipendenza pubblica selettiva e volontaria, creando un paradosso giuridico e culturale che nessun governo era mai riuscito a concretizzare prima d’ora.
La dipendenza pubblica e il cortocircuito della fiducia
Il cuore della discordia, e lo si evince chiaramente dalle reazioni dei sindacati di base, risiede proprio nella possibile trasformazione del medico di famiglia – da libero professionista di fiducia a “dipendente d’azienda” – che rischia di sbriciolare il rapporto personale con il malato. La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG) parla apertamente di una riforma "inattuabile e pericolosa" per i pazienti, sottolineando come l’accesso alla dipendenza sia subordinato al possesso della specializzazione in medicina generale; un requisito, quest’ultimo, che escluderebbe di fatto un’intera generazione di camici bianchi che hanno esercitato per anni senza quel titolo specifico. A ciò si aggiunge la critica feroce della Fnomceo, il cui presidente, Filippo Anelli, ha bollato il testo come "inefficace, inutile e dannoso", accusando il ministero di voler creare un medico legato agli obiettivi dell’azienda sanitaria piuttosto che alle esigenze del cittadino.
La rivolta sul territorio e lo stallo regionale
A livello locale, e in particolare in Abruzzo, la tensione è già precipitata in uno stato di agitazione vero e proprio. I medici di famiglia, che avevano già interrotto il dialogo con la Regione in merito all’Accordo Integrativo Regionale (Air), vedono nella riforma nazionale l’ennesimo attacco a una professione già in ginocchio per la carenza di organico e il carico burocratico insostenibile. Il segretario regionale della Fimmg Abruzzo, Mauro Petrucci, denuncia una riforma costruita “senza alcun confronto”, capace di aggravare la desertificazione sanitaria proprio nelle aree interne, dove il medico rappresenta spesso l’unico presidio. Non si tratta, viene precisato, di un mero problema rativo: se i giovani medici vedranno nell’azienda un padrone anziché un collaboratore, molti potrebbero orientarsi verso altre specializzazioni più redditizie o verso l’estero, facendo crollare ulteriormente un sistema già fragile.
L'inversione di campo nella politica sanitaria
Uno degli aspetti più curiosi (e meno scontati) di questa partita è lo stravolgimento delle tradizionali alleanze politiche. Storicamente, il centrodestra si è sempre opposto alla statalizzazione dei medici di famiglia, difendendo la libera professione e l’autonomia; oggi, invece, proprio la maggioranza di governo spinge per la dipendenza pubblica, seppur in forma graduale. Al contrario, il centrosinistra – che per decenni aveva sognato di inquadrare i camici bianchi come tutti gli altri dipendenti pubblici – oggi chiede prudenza, chiede di visionare l’articolato definitivo e frena l’entusiasmo riformatore. Questo paradosso, rilevato da più di un osservatore, testimonia la complessità di un intervento che, al di là delle bandiere ideologiche, rischia di avere un impatto devastante sulle liste d’attesa e sulla presa in carico dei malati cronici nel breve termine.
Lo scontro sul metodo e la “svolta” imposta dall'alto
Se la sostanza divide, sul metodo sembra esserci un fronte comune di critica. Francesco Vaia, intervenendo sul tema, ha stigmatizzato la “grave assenza di confronto” con i diretti interessati prima della presentazione della bozza, definendo l’approccio del ministro distante dalla realtà della professione. Anche lo Snami, pur non chiudendo del tutto la porta a un ripensamento dell’organizzazione, boccia la dipendenza definendola un’opzione “non realisticamente percorribile” nelle condizioni attuali, a meno di non voler assistere a un esodo di massa dalle zone più disagiate. Mentre la Cimo-Fesmed (che rappresenta i medici ospedalieri) lancia l’allarme concorrenza, temendo che l’ingresso dei colleghi di famiglia nel regime di dipendenza possa frammentare risorse già misere e innescare una lotta intestina per finanziamenti e carriere.




