Garlasco, il carabiniere indagato per lo scontrino di Sempio e gli errori della prima inchiesta
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Redazione Interno
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Ci sono indagini che sembrano portarsi appresso, come un’ombra, il peso di una fragilità originaria. E quella sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007 tra le mura di una villetta a Garlasco, è da anni il simbolo di un’inchiesta costellata da omissioni, reperti compromessi e sequestri mai eseguiti. Ora, un nuovo sviluppo giudiziario – orchestrato dalla Procura di Pavia – ha riacceso i riflettori su quei primi mesi convulsi, nei quali le forze dell’ordine sembravano brancolare nel buio. Ed è proprio da quel buio investigativo che riemerge il nome di un uomo che all’epoca sedeva dall’altra parte della scrivania: Gennaro Cassese, 62 anni, ex capitano dei carabinieri al comando della compagnia di Vigevano.
Un’accusa che arriva dopo diciassette anni
Stando a quanto emerso dai nuovi atti, Cassese è formalmente indagato per “false informazioni al pubblico ministero”. Il reato, contestato nell’ambito del nuovo filone d’indagine sul delitto di Garlasco, riguarda il modo in cui condusse – o meglio, avrebbe alterato – alcuni interrogatori cruciali. Tra questi, quelli del 4 ottobre 2008, quando il militare ascoltò un gruppo di amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. In quella lista, figura anche Andrea Sempio, il giovane le cui tracce genetiche sono tornate prepotentemente alla ribalta nelle ultime settimane.
La procura pavese ha passato al setaccio i verbali di quell’epoca, scoprendo anomalie che vanno ben oltre la semplice negligenza. Due carabinieri, stando alla ricostruzione accusatoria, avrebbero redatto documenti con orari sovrapposti: una circostanza impossibile sul piano fisico, se si considera che le stesse persone non avrebbero potuto trovarsi in due luoghi diversi nello stesso momento. L’ex capitano, che all’epoca coordinò gran parte delle operazioni investigative, avrebbe ammesso in passato la possibilità di “cappellate” – così le definì – nella gestione degli atti. Un’ammissione, quella, che oggi pesa come un macigno.
Gli interrogatori, il malore di Sempio e le ombre sulla raccolta dei testimoni
Nel mirino del nuovo fascicolo finiscono proprio quei colloqui con gli amici di Marco Poggi, ascoltati in qualità di testimoni e mai formalmente iscritti nel registro degli indagati, nonostante alcuni di loro – Sempio in testa – fossero già allora considerati persone informate sui fatti. Secondo quanto ricostruito, il malore accusato da Andrea Sempio durante uno di quegli interrogatori non venne mai adeguatamente verbalizzato nelle sue contraddittorie conseguenze. Un dettaglio che, agli occhi degli inquirenti di oggi, potrebbe nascondere una gestione poco trasparente del materiale probatorio.
Cassese, che ascoltò personalmente quei giovani, si trova ora a rispondere di false informazioni. Non si tratta, va detto, di una rievocazione di vecchie polemiche: la nuova inchiesta ha infatti riaperto scatole investigative che molti davano per sigillate. Tra le carte, emergono sequestri mancati – prove biologiche mai raccolte o conservate male – e un filo rosso che lega quelle dimenticanze a quanto avvenne subito dopo il delitto. Una leggerezza che, a posteriori, appare quasi sistematica.
L’intercettazione e l’ombra della “versione per i media”
C’è poi un altro tassello, meno giudiziario ma altrettanto inquietante, che affiora dalle intercettazioni relative ad Andrea Sempio. In un dialogo captato – che l’indagato ritiene un “soliloquio” privato – Sempio si sente dire: “ho bruciato tutto”. Una frase, apparentemente sibillina, che per chi indaga assume il valore di una rassicurazione pronunciata a se stesso: non troveranno niente. Ma chi sarebbero questi “inquirenti” che teme? La domanda resta sospesa, mentre gli investigatori cercano di decifrare il senso di quelle parole alla luce delle mosse e degli spostamenti del giovane nei giorni successivi all’omicidio.
Molti osservatori, a questo punto, si chiedono se l’informativa di chiusura indagini – 310 pagine girate in formato PDF e piene di omissis – non fosse in realtà una “versione per i media”, un documento depotenziato e ripulito per il consumo pubblico, mentre esisterebbe un altro fascicolo, ben diverso nella sostanza. Quella dell’informativa “doppia” è un’ipotesi che aleggia da settimane tra gli addetti ai lavori, e che il nuovo procedimento contro Cassese potrebbe contribuire a chiarire, seppure indirettamente.
Le mani nella spazzatura e il peso di un’inchiesta da riscrivere
La metafora, in questa storia, è quasi cruda nella sua efficacia: qualcuno, nei primi giorni dopo l’omicidio di Chiara, frugò nella spazzatura gettata in fretta da Andrea Sempio. Un gesto che racconta di una fretta colpevole, o forse semplicemente di una superficialità investigativa destinata a lasciare tracce indelebili. Cassese, oggi indagato, era allora al vertice di quella macchina imperfetta. E il fatto che siano passati anni prima che qualcuno chiedesse conto di quei verbali mal compilati, di quelle testimonianze sovrapposte, getta una luce sinistra sull’intero impianto accusatorio originario. L’inchiesta su Garlasco, insomma, non è mai stata solo la storia di un delitto, ma anche quella di un metodo di lavoro che, in più di un passaggio, ha smarrito la bussola.




