Il paradosso del Sud tra utility resilienti e infrastrutture in affanno

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La storia economica recente della Calabria, la quale si sta rivelando un caso di studio significativo, delinea con chiarezza i contorni di un potenziale rilancio per l'intero Mezzogiorno, un percorso che intende sfruttare a proprio vantaggio le reti idriche, elettriche e digitali. Questi transiti, spesso dati per scontati, si stanno rivelando capaci di generare un valore inestimabile, fungendo da impalcatura per una grande fabbrica di speranza che mira a tenere assieme, in un equilibrio virtuoso, la coesione sociale e la produttività. Se il 2024 ha segnato per le utility meridionali una fase di consolidamento, quasi un punto fermo dopo anni di turbolenze, il prossimo decennio sarà cruciale per misurare la capacità della regione di trasformare questa inattesa resilienza in una politica industriale organica e di lungo respiro. Si tratta, in sostanza, di costruire intorno ai servizi pubblici locali, talvolta eroici nella loro ordinaria amministrazione, una nuova frontiera di sviluppo che sia finalmente sostenibile.

I numeri di un settore vitale

Un valore aggiunto che supera gli 8,3 miliardi di euro, a cui si aggiungono 112mila addetti e un peso nell'economia nazionale che, seppur lentamente, continua a crescere: è questo il ritratto di un comparto, quello delle utility del Sud, che si conferma un pilastro produttivo per l'intero Paese. Questi dati, incoraggianti e spesso trascurati dal dibattito pubblico, testimoniano l'esistenza di un capitale umano e tecnico di assoluto rilievo, il quale opera in contesti non sempre facili. Ciononostante, proprio da queste realtà, che gestiscono servizi essenziali giorno dopo giorno, potrebbe arrivare una spinta propulsiva in grado di trainare altri settori, in un effetto moltiplicatore che finora è mancato. Di loro, infatti, si parla poco, se non in occasione di emergenze o criticità, dimenticando il lavoro silenzioso che garantisce il funzionamento della vita quotidiana.

Il divario infrastrutturale che frena la crescita

Dietro i numeri confortanti, però, si nasconde un sistema ancora zavorrato da ritardi strutturali profondi e da un Piano nazionale di ripresa e resilienza che, specialmente nei settori più delicati come la gestione dei rifiuti, il ciclo idrico integrato e la transizione energetica, stenta a decollare appieno. È questa la fotografia, per molti versi spiazzante, che emerge dal Rapporto Sud 2025 di Utilitalia e Svimez, presentato a Roma; un documento che mette in luce il paradosso di un'area del paese dove un settore, quello dei servizi pubblici, mostra segni di vitalità mentre le infrastrutture fisiche e digitali su cui dovrebbe poggiare rimangono in uno stato di arretratezza. Tale discrepanza, del resto, rischia di limitare seriamente gli effetti positivi generati dalle utility stesse, creando un cortocircuito che impedisce al potenziale di tradursi in benessere diffuso.

La sfida della politica industriale

La vera partita, quindi, non si gioca soltanto nel consolidare quanto di buono già esiste, bensì nel riuscire a colmare quel gap infrastrutturale che separa il Mezzogiorno dal resto d'Europa, trasformando le utility da semplici fornitrici di servizi in agenti di uno sviluppo territoriale integrato. Servono, a tal fine, investimenti mirati e una governance capace di superare le frammentazioni che spesso caratterizzano il settore, puntando su innovazione e efficienza. La Calabria, con la sua storia economica fatta di luci e ombre, rappresenta un banco di prova essenziale per questa strategia, un laboratorio dove verificare se la resilienza mostrata possa evolversi in un modello di crescita stabile e duraturo. La posta in gioco è alta, poiché coinvolge non solo le sorti economiche di una regione, ma l'equilibrio stesso del paese.

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