Difesa, petrolio e utility, i comparti che sfidano la turbolenza

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Lo shock finanziario innescato dall’offensiva militare in Iran, con gli Stati Uniti di Donald Trump nuovamente proiettati in una crisi mediorientale, non sta producendo effetti uniformi sui listini europei. Anzi, la turbolenza in atto, lungi dal generare un generalizzato e indiscriminato flight to quality, sta operando una feroce selezione, premiando con decisione alcuni settori e punendone altri con altrettanta violenza. In questo scenario, chi cerca rifugio dalla volatilità non lo trova nei tradizionali beni rifugio, ma piuttosto in quei comparti che traggono linfa vitale proprio dalle crepe dell’economia di guerra.

È il caso, innanzitutto, del settore energetico: l’impennata del prezzo del greggio, balzato ai massimi degli ultimi mesi con il Brent che ha superato quota 80 dollari per poi avvicinarsi a soglie critiche, ha inevitabilmente trascinato i titoli delle oil company. Colossi come BP e Shell, così come la nostra Eni, hanno registrato progressi significativi, beneficiando di una rivalutazione immediata delle scorte e degli approvvigionamenti in un mercato che sconta il premio per il rischio legato alla chiusura, o alla minaccia di chiusura, dello Stretto di Hormuz. Attraverso quel collo di bottiglia, non va dimenticato, transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale e del gas naturale liquefatto, e la sua potenziale inagibilità rappresenta uno shock dal lato dell’offerta puro e semplice.

Parallelamente, e con dinamiche altrettanto chiare, il comparto della difesa sta vivendo una fase di deciso rafforzamento. La proiezione di un conflitto che potrebbe prolungarsi ben oltre le iniziali stime di qualche settimana, unita alla retorica bellicista che torna a permeare gli equilibri globali, spinge gli investitori verso quei nomi che producono sistemi d’arma, tecnologie duali e componentistica militare. A Piazza Affari, Leonardo ha messo a segno performance brillanti, in linea con quanto accaduto ad altri player europei come la tedesca Rheinmetall o la francese Thales, in un contesto in cui la spesa per la sicurezza cessa di essere una voce di bilancio per diventare una priorità strategica immediata.

Le public utility reggono l’urto mentre il credito vacilla

Se energia e difesa corrono, c’è un terzo polo che, più silenziosamente, sta dimostrando una notevole capacità di tenuta. Si tratta delle public utility, con Enel e Snam su tutte, che hanno mostrato una resilienza superiore alla media del mercato. In un’ottica di lungo periodo, queste società rappresentano un porto sicuro per chi teme un rallentamento della crescita ma non vuole rinunciare alla liquidità: i loro flussi di cassa, regolati da concessioni e tariffe, sono meno esposti alla ciclicità economica rispetto ad altri settori industriali. La loro performance positiva, in un contesto di spread in allargamento, suggerisce che gli investitori stanno facendo selezione, prediligendo quei titoli capaci di garantire una certa stabilità dei dividendi anche in scenari di recessione tecnica.

Sul fronte opposto, il panorama è desolante per i settori ciclici e per il credito. Le banche, rappresentate a Milano da Unicredit e BPER, soffrono non solo per il temuto impatto della congiuntura sulla capacità di rimborso della clientela, ma anche per l’inversione della curva dei rendimenti che la fiammata inflazionistica sta provocando. Il comparto automobilistico, con Stellantis in prima linea, è letteralmente stritolato dalla morsa dei costi energetici alle stelle e dalle possibili ripercussioni sui consumi delle famiglie, già provate da un caro-vita che la crisi iraniana non potrà che accentuare. Il lusso stesso, nonostante la sua presunta immunità alle congiunture, ha mostrato cedimenti significativi, a testimonianza di come il contagio sia ormai sistemico: Brunello Cucinelli e Moncler hanno registrato flessioni, dimostrando che nemmeno l’alto di gamma è completamente al riparo da una tempesta che ridefinisce i flussi di capitale globali.

I numeri di una guerra che cambia i connotati alla ripresa

L’entità dello shock è misurabile anche dai numeri macroeconomici che emergono dalle rilevazioni ufficiali. Se è vero che il conflitto è divampato a inizio marzo, è altrettanto vero che il quadro economico globale non godeva certo di ottima salute già nei mesi precedenti. Il prodotto interno lordo americano, come confermato dalle letture del Bureau of Economic Analysis, aveva chiuso il quarto trimestre del 2025 con una crescita striminzita, rivista più volte al ribasso fino a toccare lo 0,7% su base trimestrale, un dato che fotografa un’economia a stento in espansione ben prima delle ostilità. L’Europa, dal canto suo, si affaccia a questa crisi con il freno a mano tirato: la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, seppur ridotta rispetto al picco della crisi ucraina, la rende particolarmente vulnerabile a qualsiasi perturbazione dei prezzi energetici, con l’Italia che, per la sua maggiore esposizione al Gnl qatariota, rischia di subire contraccolpi inflazionistici più marcati rispetto ai partner europei.

La geografia dei nuovi flussi finanziari

Osservando il comportamento dei listini, emerge con chiarezza come la cosiddetta “rotazione settoriale” sia ormai un fatto compiuto. Gli analisti di Equita, nelle loro prime analisi post-crisi, hanno sottolineato come il mercato stia operando un “repricing selettivo del rischio”, una formula tecnica per descrivere la fuga da quei comparti esposti al ciclo economico globale – come la chimica, la meccanica strumentale e i trasporti – e l’approdo verso quei settori che offrono una correlazione inversa con l’andamento del prezzo del petrolio o una domanda anelastica come quella militare. Lo spread Btp-Bund, tornato a salire verso quota 80 punti base, riflette la maggiore prudenza degli investitori verso il debito dei paesi più indebitati e dipendenti dall’energia, mentre il dollaro si rafforza in un classico movimento di avversione al rischio che penalizza le economie emergenti importatrici di greggio. La guerra, in sostanza, sta ridisegnando la mappa degli investimenti, creando nuove gerarchie di valore che poco hanno a che fare con i fondamentali aziendali e molto con la capacità di navigare in un’economia di guerra.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.