Lovaglio di nuovo al comando di Mps, il cda insediato tra equilibri instabili e il veto sulla presidenza
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Redazione Economia
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La scena, che sembrava essersi chiusa con il sipario abbassato bruscamente lo scorso marzo, si è invece riaperta su un epilogo inaspettato. Luigi Lovaglio, l’amministratore delegato che aveva risanato il Monte dei Paschi e che era stato messo ai margini da una manovra del consiglio uscente, ha riconquistato la poltonia più calda della finanza italiana. Era il 4 marzo quando il vecchio cda, all’epoca presieduto da Nicola Maione, aveva compilato la lista per il rinnovo escludendo proprio Lovaglio, proponendo al suo posto i nomi di Fabrizio Palermo, Corrado Passera e Carlo Vivaldi. Quell’atto, percepito da molti come un azzardo nei confronti dell’artefice della rinascita della banca, ha innescato una reazione a catena che ha portato alla vittoria della lista di Plt Holding, la famiglia di Pierluigi Tortora, che ha rimesso in sella il manager lucano.
Oggi, con la riunione del nuovo consiglio di amministrazione convocata per formalizzare gli incarichi, il clima è ben lontano dalla pacificazione che alcuni osservatori avevano ipotizzato. Se da un lato il ritorno di Lovaglio è scontato – gli verranno riattribuite le deleghe esecutive cancellando di fatto il precedente licenziamento per “giusta causa” – dall’altro l’assegnazione della presidenza sta diventando un terreno di scontro che promette di segnare l’intero mandato. La squadra vincente, forte degli otto seggi conquistati, non intende fare concessioni: la poltrona di numero uno del board, secondo quanto filtra dalle ultime ore, dovrebbe andare a Cesare Bisoni, professore emerito di economia già alla guida di Unicredit. Questa determinazione cozza violentemente con le aspettative della folta minoranza (che conta sei consiglieri), la quale aveva invece proposto un presidente di estrazione diversa per bilanciare un esecutivo troppo concentrato nelle mani di Lovaglio.
I numeri risicati, inevitabilmente, alimentano i dubbi sulla tenuta di questa governance. Con otto rappresentanti della lista Plt contro sei del vecchio establishment, ogni voto pesa come un macigno e, cosa che molti dimenticano, le nuove regole della Legge Capitali hanno aumentato la tutela delle minoranze, rendendo i processi decisionali più complessi rispetto al passato. Lovaglio, che dovrà votare sostanzialmente se stesso per ottenere la fiducia ufficiale, si trova a dover gestire un cda “troppo in equilibrio”, dove anche una sola defezione potrebbe paralizzare le scelte strategiche. In questo contesto, l’approccio del manager – che secondo alcune indiscrezioni intende procedere senza attendere mediazioni – rischia di radicalizzare ulteriormente il confronto interno. Si guarda con attenzione alla figura di Fabrizio Palermo, uno dei candidati “sconfitti” che siederà comunque tra i banchi del nuovo board; la sua posizione, così come quella di Nicola Maione, sarà determinante per capire se il secondo tempo di questa partita sarà giocato all’insegna dell’ostruzionismo o di una tregua armata.
L’elemento di maggiore frizione, al momento, rimane la cosiddetta “presidenza”. I buoni propositi di dialogo ventilati da Pierluigi Tortora subito dopo il trionfo del 15 aprile sembrano essere stati accantonati di fronte alla necessità di Lovaglio di blindare il perimetro operativo. La scelta di Bisoni, uomo dal profilo tecnico e di peso, rappresenta una garanzia per i mercati, ma viene letta dalla minoranza come un’occupazione totale del campo. Nei palazzi della finanza si sussurra che i grandi fondi, come BlackRock e Norges che hanno sostenuto la svolta, si aspettassero segnali di distensione proprio per evitare che una banca sistemica come Mps precipitasse in una guerriglia interna. La posta in gioco, del resto, è altissima: a breve ci saranno da gestire l’integrazione con Mediobanca e l’esito delle indagini della Procura di Milano che, guarda caso, vedono indagato lo stesso Lovaglio per presunte irregolarità nell’ops sulla banca d’affari. L’azionariato, fratturato, trattiene il fiato: la stabilità del terzo polo bancario italiano, in questa fase, sembra appesa a un delicatissimo equilibrio di poltrone e veti incrociati.
Il nodo dell’operatività e il rischio stallo
A preoccupare gli addetti ai lavori, in realtà, non è solo il nome del presidente ma la gestione pratica dei comitati endoconsiliari. Lovaglio, secondo le fonti, punta a mantenere il controllo diretto su comitati strategici come quello Nomine e Remunerazioni, evitando di cederli alla minoranza. Questa scelta, sebbene legittima in quanto espressione della volontà popolare degli azionisti, rischia di trasformare la gestione quotidiana della banca in un campo minato. La memoria corre ai mesi precedenti la scissione, quando la frattura tra l’ad e il presidente Maione aveva di fatto bloccato alcune linee guida. Oggi la maggioranza è debole (otto contro sette, se si considera anche il rappresentante di Assogestioni che potrebbe fare da ago), e ogni riunione del consiglio rischia di trasformarsi in una resa dei conti programmata. In attesa che il board formalizzi le cariche – verosimilmente entro la fine della settimana – il mercato osserva e trattiene il fiato, consapevole che a Rocca Salimbeni il rischio di una paralisi decisionale è tornato più concreto che mai.




