La batteria allo stato solido di Donut Lab si ricarica in 7 minuti, ma il test VTT non basta a fugare tutti i dubbi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La startup finlandese Donut Lab, reduce dallo scetticismo che aveva accompagnato i suoi annunci al CES di Las Vegas, ha rotto gli indugi e pubblicato i primi risultati dei test indipendenti condotti sulla sua tanto chiacchierata batteria allo stato solido. A mettere mano ai protocolli di verifica è stato il VTT, il centro di ricerca tecnologica finlandese, ente terzo che ha analizzato il comportamento delle celle in quelle che gli stessi tecnici hanno definito condizioni limite, simulando uno scenario “peggiore” dove qualsiasi forma di controllo attivo della temperatura era disassata -2. In pratica, e il dato è tutt’altro che trascurabile, la batteria è stata sottoposta a cicli di ricarica ad altissima potenza senza che alcun sistema intervenisse per smaltire il calore, lasciando che quest’ultimo si sviluppasse in modo del tutto libero.

I numeri emersi dalle misurazioni, per la verità, sembrerebbero dare ragione alle promesse della compagnia. La cella sottoposta allo stress test ha raggiunto l’80% della carica in appena 4 minuti e mezzo, toccando il 100% in poco più di 7 minuti -2-4. Un risultato che, tradotto in termini pratici, significa aver ricaricato completamente un accumulatore in un lasso di tempo inferiore a quello necessario per un caffè. Durante le fasi più concitate della prova, con la corrente spinta fino a 11C, la temperatura superficiale è comunque salita, arrivando a toccare punte vicine ai 90 gradi, un calore che ha persino imposto una pausa forzata per consentire alla cella di raffreddarsi prima di completare il ciclo -4. Ma al di là di questo dettaglio tecnico, che gli ingegneri potrebbero gestire in fase di progettazione del pacco batterie definitivo, il dato politicamente più rilevante è un altro: la velocità di ricarica dichiarata a gennaio è stata sostanzialmente confermata.

Il paradosso della certificazione e i nodi ancora irrisolti della tecnologia

Eppure, e qui si infila il cuneo del dubbio che continua ad agitare gli esperti del settore, la pubblicazione dei dati da parte di Donut Lab, per quanto accompagnata dal logo del VTT, non equivale a una certificazione cieca e senza riserve. Petri Söderena, il direttore del dipartimento trasporti dell’ente di ricerca, ha confermato al servizio pubblico finlandese Yle che le misurazioni sono state effettivamente eseguite nei loro laboratori, ma ha anche precisato, con un certo understatement nordico, che la riservatezza contrattuale impedisce al VTT di commentare nel merito i risultati -1. Significa che ciò che arriva all’opinione pubblica è un’elaborazione dei dati filtrata dalla stessa azienda che ha l’interesse a dimostrare la bontà della propria tecnologia, un paradosso non da poco se si considera la portata rivoluzionaria di quanto affermato.

La comunità scientifica, dal canto suo, resta in una posizione di attenta e vigile sospensione del giudizio. Perché se è vero che una ricarica così rapida è stata verificata su una cella singola, è altrettanto vero che mancano all’appello tutte le altre variabili che rendono una batteria davvero pronta per il mercato di massa. Non si hanno ancora prove indipendenti sulla densità energetica, quella che Donut Lab indica in 400 Wh/kg, né tantomeno sulla durabilità nel tempo, con la stratosferica cifra di 100.000 cicli di ricarica che aleggia come un miraggio nel deserto -4-8. Gli esperti interpellati dalla stampa finlandese, come Juho Heiska della Seinäjoki University of Applied Sciences, ricordano che performance paragonabili in termini di rapidità di carica sono state ottenute anche da altri produttori, ma il vero punto è riuscire a sommare tutte le caratteristiche eccezionali in un unico prodotto che sia anche economico e producibile in serie -4.

La struttura a celle e il salto di scala verso il veicolo finito

C’è poi un altro ordine di problemi, squisitamente ingegneristico, che riguarda il passaggio dalla cella al pacco batterie completo. Quello che hanno testato al VTT è un componente singolo, una specie di mattoncino elementare che funziona in un ambiente controllato e, per certi versi, asettico. Ma un’auto elettrica o una moto, come la Verge TS Pro che dovrebbe montare queste batterie già a partire da questo mese, utilizza decine o centinaia di queste celle assemblate insieme, collegate e gestite da un sistema di controllo termico e di bilanciamento -3-4.

Göran Sundholm, professore emerito di chimica fisica all’università Aalto di Helsinki, ha sottolineato come la gestione di un sistema multicella sia una questione completamente diversa e molto più complessa rispetto alla singola cella -4. Il calore prodotto da un pacco batteria sotto carica, in uno spazio ristretto e con le celle che si scaldano a vicenda, pone sfide termiche non banali. Donut Lab, dal canto suo, rilancia sostenendo che la propria tecnologia non richiede gli ingombranti e costosi sistemi di raffreddamento attivo tipici delle batterie agli ioni di litio, potendo accontentarsi di un più semplice smaltimento passivo del calore -5. Una semplificazione che, se confermata su larga scala, rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione copernicana nell’architettura dei veicoli elettrici. Ma la prova del nove, come sempre in questi casi, arriverà solo quando si vedranno i primi veicoli di serie circolare davvero, e non solo in comunicati stampa o video patinati, con queste celle allo stato solido stipate nei loro telai.

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