Ranucci-Lavitola, l’amicizia finita al centro dello scontro politico e giudiziario
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’attenzione mediatica e politica attorno alla vicenda che coinvolge il conduttore di Report Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, l’ex direttore del quotidiano Il Mattino già noto per i suoi intrecci con ambienti politici e finanziari, non accenna a diminuire, anzi.
La frequentazione tra i due, risalente ad almeno tre anni fa e oggetto di un’audizione pubblica davanti alla Commissione di Vigilanza Rai lo scorso novembre, è tornata prepotentemente alla ribalta dopo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria legata a un presunto attentato ai danni del giornalista, episodio che ha riacceso i riflettori su un rapporto di amicizia giudicato, da più parti, quantomeno singolare per un professionista che spesso indaga su temi scottanti.
La scoperta di questa vicinanza, che Lavitola stesso ha confermato in più occasioni, ha innescato una reazione a catena nel mondo politico, con richieste di chiarimenti e, in alcuni casi, di un definitivo allontanamento del conduttore dalla rete ammiraglia, anche se va ricordato che lo stesso Ranucci aveva già messo le mani avanti parlando del suo legame con l’imprenditore campano davanti ai commissari di Vigilanza, quasi a voler prevenire future strumentalizzazioni.
Un’audizione che non placò le polemiche
Il 7 novembre 2023, durante un’audizione in Commissione di Vigilanza Rai, Ranucci aveva affrontato il tema del suo rapporto con Lavitola, rispondendo alle domande poste dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che per primo aveva sollevato la questione in quella sede.
L’incontro, a cui prese parte anche il direttore dell’Approfondimento Rai Paolo Corsini, serviva ufficialmente a discutere delle linee editoriali del programma di inchiesta, ma l’intervento del senatore aveva spostato il baricentro della discussione sui rischi connessi alla frequentazione di una figura ingombrante come quella di Lavitola, che vanta un passato costellato di procedimenti giudiziari e patteggiamenti.
La scelta di Ranucci di rendere pubblica la sua amicizia, sin da quella data, lasciava intendere che per lui non ci fosse nulla di losco da nascondere, ma la strategia della trasparenza, per quanto encomiabile, non ha scongiurato le critiche, che si sono fatte più aspre dopo che il nome del faccendiere è emerso in un contesto investigativo ben più grave di una chiacchiera da salotto politico.
Le vite parallele tra pesce, liquidatori e rinnovabili
Una ricostruzione giornalistica, pubblicata da Open, ha scavato nelle rispettive carriere imprenditoriali dei due uomini, evidenziando come le loro strade si siano incrociate non solo nella frequentazione personale, ma anche in settori commerciali e societari. L’indagine condotta dal quotidiano online mette in luce come Ranucci e Lavitola abbiano condiviso, seppur in tempi e modalità differenti, interessi che spaziano dal commercio ittico all’impiego di consulenti stranieri per la liquidazione di società, fino ad approdare al settore delle energie rinnovabili.
Nel 2004, quando ancora non era il volto noto di Report, Ranucci fondò la Delimed srl, ricoprendo la carica di presidente e detenendo una quota del 30% del capitale, mentre Lavitola, nei medesimi anni, si muoveva in ambienti analoghi, utilizzando figure di fiducia africane per chiudere le sue partecipazioni, un modus operandi che ha incuriosito gli inquirenti.
Questi elementi, sebbene non configurino di per sé alcuna responsabilità penale per il giornalista, hanno alimentato il dibattito sulla compatibilità tra il ruolo di paladino della legalità che Ranucci si è ritagliato in televisione e i suoi legami con un personaggio che, agli occhi dell’opinione pubblica, rappresenta l’archetipo del faccendiere di seconda Repubblica.
Le richieste di intervento e il ruolo del Comitato Etico
Nel mirino della critica, oltre ai partiti di centrodestra che chiedono un intervento immediato dei vertici Rai, è finito anche il Comitato Etico dell’azienda, chiamato a esprimersi sulla compatibilità della permanenza in onda di un conduttore che, a vario titolo, è entrato in contatto con una figura considerata controversa.
Le pressioni sul direttore generale e sul presidente non si sono fatte attendere, e all’interno dello stesso servizio pubblico si è aperta una crepa su come valutare la posizione di un giornalista che, da un lato, conduce inchieste scomode per il potere e, dall’altro, intrattiene rapporti personali con personaggi ai margini della legalità.
I difensori di Ranucci sottolineano, per contro, che l’amicizia con Lavitola era stata confessata spontaneamente in sede ufficiale, e che non esiste alcun elemento, se non una generica associazione di idee, che possa far pensare a un condizionamento del lavoro giornalistico, mentre i critici ribattono che il semplice sospetto di un conflitto di interessi, in un servizio pubblico finanziato dai cittadini, è già di per sé una ragione sufficiente per chiedere un riesame della posizione del conduttore, al di là dell’esito dell’inchiesta sull’attentato di cui è stato vittima.
Il contesto dell’attentato e le implicazioni giudiziarie
L’episodio che ha scatenato l’ultima ondata di polemiche risale a pochi giorni fa, quando Ranucci è stato oggetto di un attacco, un attentato che la procura di Roma sta cercando di inquadrare in una cornice criminosa precisa, con gli investigatori che non escludono alcuna pista, dalla vendetta personale al tentativo di intimidazione per ragioni professionali.
In questo scenario, la figura di Lavitola è emersa come un tassello che gli inquirenti intendono esaminare con attenzione, non tanto come presunto mandante, quanto come possibile tramite di conoscenze che potrebbero aver esposto il giornalista a rischi che lui stesso, forse, non aveva valutato appieno.
Il clima di sospetto che si è creato attorno alla vicenda rischia però di trasformare un fatto di cronaca nera in una caccia alle streghe, nella quale le frequentazioni passate diventano indizi di colpevolezza presunta, mentre il giornalista di Report, da parte sua, continua a respingere le insinuazioni, ribadendo la sua estraneità a qualsiasi intreccio losco e la natura trasparente del suo rapporto con Lavitola.
La domanda che molti si pongono, a questo punto, non è tanto se Ranucci abbia commesso un reato, quanto se il suo essere finito al centro di questa tempesta possa minare irrimediabilmente la sua credibilità, anche qualora le indagini dovessero dimostrare la sua totale innocenza.
Il caso, insomma, si sta trasformando in un banco di prova per la Rai, per la politica e per lo stesso mondo dell’informazione, chiamato a distinguere tra il diritto-dovere di investigare su fatti oscuri e la tentazione di gettare fango su un professionista solo per il suo legame di amicizia con un personaggio scomodo.
Le carte che stanno circolando in procura, e che presto potrebbero essere depositate in tribunale, chiariranno forse molti aspetti dell’intricata rete di relazioni che lega Ranucci a Lavitola, ma nel frattempo il dibattito pubblico resta polarizzato tra chi vede in questa vicenda l’ennesimo complotto per screditare un giornalista scomodo e chi, invece, interpreta l’accaduto come la prova che certi ambienti non cambiano mai, e che anche chi siede dietro una scrivania in Rai può essere più esposto di quanto voglia ammettere.
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