L’eredità di Giorgio Armani, la prima volta di Silvana e Leo alla sfilata Emporio: tra continuità e qualche audacia in più

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un passaggio, in ogni storia che si rispetti, in cui il testimone cambia mano e chi lo riceve deve decidere se correre più veloce o semplicemente mantenere lo stesso passo per non far cadere la fibra. Per Emporio Armani, quel momento è arrivato ieri sera, sotto le volte dell’Armani Silos, quando Silvana Armani e Leo Dell’Orco hanno presentato la prima collezione firmata insieme dopo la scomparsa del fondatore, avvenuta lo scorso settembre. La passerella, un fluire di giacche destrutturate e pantaloni dal taglio morbido che richiamavano la tradizione sartoriale della casa, ha mostrato un’aderenza ai codici del Maestro – quella palette di grigi, beige e blu che Giorgio amava definire “il silenzio del colore” – ma con qualche increspatura in più, qualcosa che somiglia a una giovinezza ritrovata o forse, semplicemente, a una diversa sensibilità nel maneggiare la materia. La collezione, intitolata significativamente "Maestro", porta con sé il peso di un'eredità che non è solo stilistica ma anche affettiva, considerando che i due eredi hanno raccolto non soltanto l'azienda ma anche la memoria intima di un uomo che ha fatto della discrezione la sua bandiera. In platea, tra i volti noti, si respirava quell'atmosfera tipica delle grandi occasioni, quella in cui ogni capo sfilato sembra portarsi dietro una domanda inespressa: che ne sarà di noi adesso? Ma Silvana, che da una vita lavora sulla moda donna del gruppo, e Leo, responsabile dell'uomo, hanno risposto con i fatti, facendo sfilare una collezione che non tradisce ma nemmeno si limita a copiare.

Il nuovo corso: più dinamici e “sparkling”, come piace ai giovani

La prima uscita pubblica congiunta dei due eredi è stata anche l’occasione per capire quale direzione prenderà il marchio del falco. “Siamo riusciti a dare continuità al lavoro del Signor Armani – ha spiegato Silvana Armani nel dopo sfilata – anche aggiungendo qualcosina che magari lui non avrebbe messo”. È una dichiarazione importante, questa, perché sancisce il passaggio dalla pura conservazione alla reinterpretazione, quella linea sottile che separa un museo da un atelier vivente. La collezione, hanno raccontato i due, è un po’ più giovane, più dinamica, più “sparkling” per usare un termine che Leo Dell’Orco ha voluto usare per descrivere quel brivido in più che hanno cercato di infondere, pur restando dentro i binari di un’eleganza che non ha bisogno di urlare per imporsi. Le modelle e i modelli, con quei berretti da operaio che ricordavano le atmosfere di certi quartieri londinesi di inizio Novecento, sfilavano in coppia, a sottolineare una visione del guardaroba che non conosce più distinzioni rigide tra maschile e femminile, ma piuttosto un dialogo continuo, una condivisione di volumi e tessuti. Il riferimento, neanche troppo velato, è a una certa formalità britannica – tailcoat e gilet – ma stemperata da quella morbidezza che solo la mano italiana sa dare, quella capacità di far sembrare leggero anche un cappotto di lana pesante o un velluto prezioso.

Il siparietto in prima fila: Elodie e Kendall Jenner, tra freddezze e presentazioni

Mentre in passerella si consumava il rito della moda, in prima fila andava in scena un altro spettacolo, quello delle relazioni umane, sempre imprevedibili anche quando vestite di abiti firmati. Elodie, seduta accanto a Kendall Jenner, sembrava non accorgersi della presenza della supermodella americana, almeno a giudicare dalle immagini che in pochi minuti hanno fatto il giro del web. Con quegli occhiali da sole scuri, nonostante si fosse al chiuso, la cantante italiana pareva immersa in un'altra dimensione, lontana dai salamelecchi che solitamente accompagnano certi eventi. Kendall, dal canto suo, dopo qualche minuto di imbarazzato silenzio, ha deciso di rompere il ghiaccio tendendo la mano e presentandosi, con un semplice “Piacere” che ha sciolto la tensione ma non ha evitato che il siparietto diventasse virale. Al di là della cronaca mondana, l'episodio ha riacceso i riflettori su una front row che vedeva schierati, oltre alle due protagoniste del momento, anche Blanco e Tananai, e una pattuglia di medagliati olimpici reduci dalle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, tutti rigorosamente in EA7, a testimoniare quel legame tra lo sport e la maison che Giorgio Armani aveva coltivato personalmente come una delle sue passioni più autentiche.

La costruzione del domani: un lavoro di squadra tra chi c'era e chi c'è

Dietro la collezione che ha chiuso la giornata della moda milanese, non ci sono solo i nomi dei due eredi. C'è una squadra, quella che da decenni lavora nell'ombra degli uffici stile, che ha reso possibile questa transizione. Nicola Lamorgese, capo dell'ufficio design per l'uomo, con i suoi 31 anni di casa, e Marco Brunello, responsabile del donna, con 27 anni di esperienza, rappresentano quella memoria operosa che trasforma le intuizioni in capi finiti. La loro presenza, al momento dell'inchino finale accanto a Silvana e Leo, è stata un segnale preciso: la continuità passa anche attraverso le mani esperte di chi ha lavorato fianco a fianco con il fondatore e ne conosce i segreti, i rituali, quelle piccole manie che fanno la differenza tra un vestito qualunque e un Armani. La collezione, hanno raccontato, si ispira agli studenti del conservatorio, a quella disciplina che serve per imparare a suonare, ma soprattutto alla libertà che serve per osare le pause, per suonare il silenzio tra le note. Ed è forse proprio in questa metafora che si coglie il senso di un passaggio che non vuole essere traumatico: si continua a suonare lo stesso spartito, ma ogni tanto ci si concede una variazione, un'aggiunta, una pausa più lunga del previsto, perché la musica, come la moda, è viva solo quando cambia.

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