Obbligo Cat Nat, l’Italia delle imprese fa i conti con la polizza che ancora manca all’appello

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Redazione Economia Redazione Economia   -   A inizio 2026, nonostante un quadro normativo che ha reso obbligatoria la copertura contro gli eventi catastrofali per la gran parte del tessuto produttivo, l’Italia registra un tasso di adesione che definire stentato è quasi un eufemismo. A comunicarlo è Giovanni Liverani, presidente dell’ANIA, il quale, in una nota diffusa il primo febbraio – riprendendo un’intervista concessa al Corriere della Sera – ha aggiornato i dati sullo stato di salute della protezione assicurativa nazionale. Solo mezzo milione di imprese, su un totale che supera abbondantemente i quattro milioni di realtà produttive presenti sul territorio, risultano coperte. Una manciata, se si considera la complessità del rischio idrogeologico e sismico che caratterizza il paese. Si tratta di un incremento, questo sì, rispetto allo scorso anno – quando ci si fermava a un misero 7% – ma che oggi, attestandosi al 12%, fotografa un divario ancora profondo tra l’obbligo di legge e la sua effettiva implementazione.

La proroga per la pesca e le zone d’ombra nelle coperture

Proprio mentre scattava l’ultimo termine utile per adeguarsi, il comparto della pesca e dell’acquacoltura ha ottenuto una boccata d’ossigeno. Un decreto legge, accolto con favore da Confcooperative Fedagripesca, ha infatti concesso una proroga fino al 31 dicembre 2026, rinviando così l’entrata in vigore dell’obbligo per queste specifiche attività. Tuttavia, il provvedimento – che riguarda esclusivamente gli impianti a terra e a mare, escludendo deliberatamente i pescherecci – non placa del tutto le preoccupazioni. L’associazione evidenzia come la formulazione attuale della norma presenti delle “zone d’ombra” tutt’altro che trascurabili: il rischio maggiore, paradossalmente, non è tanto l’obbligo in sé, quanto la sua applicazione pratica. La mancata sottoscrizione, infatti, rischia di escludere le imprese dall’accesso a contributi, sovvenzioni o agevolazioni finanziarie pubbliche; un’arma a doppio taglio, se si considera che, secondo un’indagine IVASS del giugno 2024, le polizze standard tendono a escludere danni causati da mareggiate e penetrazione di acqua marina – eventi che rappresentano, stando alle stime del settore, circa l’80% delle cause di inattività forzata. Un obbligo che non copre i rischi reali, insomma, finisce per trasformarsi in un balzello.

Il conto salato per hotel e ristoranti tra costi variabili e criticità

Il vero banco di prova, però, si è consumato il 31 marzo per le micro e piccole imprese del settore turistico e della ristorazione. Per bar, trattorie, hotel e strutture ricettive, la cosiddetta polizza “Cat Nat” è diventata da ieri un requisito cogente. E sui costi, un’analisi condotta da Facile.it in collaborazione con Italfinance e Finital ha provato a fare chiarezza, svelando una forbice di prezzi che varia in modo sensibile in base alla geografia e al valore dei beni assicurati. Per un ristorante tipo, dotato di un fabbricato da 500mila euro e attrezzature per 150mila, il premio annuo parte da una base relativamente contenuta a Milano – circa 272 euro – per salire vertiginosamente fino a toccare i 776 euro nella Capitale e attestarsi su cifre intermedie a Palermo. Se si passa all’hotel, dove i valori assicurati crescono (immobili da 1,5 milioni di euro), il costo lievita ulteriormente: a Milano si parte da 556 euro, mentre a Palermo il premio può superare abbondantemente i duemila euro. A determinare queste differenze non sono solo le politiche commerciali delle compagnie, ma elementi strutturali come la rischiosità idrogeologica del territorio, la vulnerabilità degli immobili e la loro posizione.

L’ennesimo balzello e le conseguenze della mancata adesione

Non mancano le voci critiche, che vedono in questo obbligo un ulteriore aggravio per chi già fatica a far quadrare i bilanci. Cristian Lertora, presidente provinciale e regionale di Fiepet (federazione di Confesercenti), non usa giri di parole: definisce l’assicurazione sugli eventi catastrofali “l’ennesimo balzello per chi fa impresa”. Un giudizio severo, alimentato anche dalla constatazione che la normativa, sebbene coercitiva sul piano formale, non prevede sanzioni pecuniarie dirette per chi decide di non adeguarsi. La leva, piuttosto, è di natura indiretta ma potenzialmente devastante: chi non stipula la polizza si preclude automaticamente la possibilità di accedere a contributi pubblici, finanziamenti agevolati o, nel caso peggiore, a eventuali indennizzi statali post-calamità. In altre parole, l’impresa non assicurata si ritrova esposta in solitudine al rischio di dover fronteggiare danni ingenti senza alcuna rete di protezione pubblica, un azzardo in un paese dove il dissesto idrogeologico e l’attività sismica rappresentano una costante storica.

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