La Cat Nat al banco di prova con il ciclone Harry, tra rimborsi attesi e il nodo del dissesto idrogeologico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ciclone Harry, che nelle scorse settimane ha sferzato con inusitata violenza il Sud Italia, ha lasciato un bilancio provvisorio di danni che supera il miliardo di euro, tra infrastrutture divelte, attività allagate e migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Al di là dell'emergenza immediata, la quale ha colpito in particolar modo Sicilia, Calabria e Sardegna, l'evento climatico estremo rappresenta il primo, significativo banco di prova per la polizza assicurativa obbligatoria contro le catastrofi naturali, la cosiddetta Cat Nat, entrata in vigore per tutte le imprese iscritte al Registro delle Imprese lo scorso 31 marzo, fatta eccezione per il settore agricolo.

L'ombra dei cavilli e il precedente delle mareggiate

Proprio mentre si iniziano a quantificare i danni, che per le aziende colpite ammontano a svariate decine di milioni in ciascuna regione, si riaffacciano i timori di chi, come Alessandro De Salvo, titolare di un porticciolo turistico a Milazzo, ha già vissuto sulla propria pelle le difficoltà dell'ottenere un risarcimento. "Sono ancora in causa con Generali", racconta, "perché una mareggiata ha colpito la mia struttura nel 2020, era compreso come evento coperto, ma poi i cavilli sono tanti". Questa esperienza, che molti imprenditori condividono, getta un'ombra sulle procedure di rimborso legate alla nuova polizza obbligatoria, la cui applicazione concreta si sta ora misurando con la devastazione degli stabilimenti balneari, degli alberghi e dei porti turistici provocata dall'eccezionale forza delle onde.

Il caso di Niscemi e la questione irrisolta del territorio

Parallelamente al dibattito sugli strumenti assicurativi, che il governo ha indicato come strategici nel proprio piano, riemerge con forza la questione, mai davvero risolta, della fragilità idrogeologica del Paese. Durante un recente consiglio dei ministri, è stata ripercorsa la tragica storia di Niscemi, segnata dalla frana del 1997 e dall'ultimo, catastrofico cedimento di pochi giorni fa. Una vicenda emblematica che dimostra come, al di là della copertura dei danni, esista una vulnerabilità cronica del territorio, la quale richiederebbe interventi strutturali la cui entità economica, come ammesso negli stessi palazzi governativi, è difficilmente stimabile in via preliminare e tende a superare di gran lunga le prime, ottimistiche valutazioni.

I danni collaterali e l'attesa degli sviluppi

La furia delle acque, del resto, non ha danneggiato solo gli edifici a ridosso della costa, ma ha prodotto una serie di effetti collaterali che paralizzano l'economia locale: strade interrotte da smottamenti, infatti, isolano intere aree e rendono di fatto impossibile il regolare svolgimento delle attività produttive, con un danno che si estende a macchia d'olio. Mentre le imprese attendono di capire come e quando saranno risarcite dalla nuova copertura obbligatoria, la cronaca nera legata al maltempo, trattata con il rispetto dovito alle vittime e alle loro famiglie, rimane sullo sfondo di inchieste che spesso svelano negligenze nella gestione e nella manutenzione del suolo. L'esecutivo, pur consapevole che le risorse inizialmente ipotizzate potrebbero rivelarsi insufficienti, ha quindi posto la propria scommessa sullo strumento assicurativo, il cui funzionamento reale inizia ora a essere scrutato, senza che siano al momento prevedibili tutti gli esiti delle pratiche in corso.

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