Il risiko dell’acqua che decide il futuro
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Redazione Esteri
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C’è una scena, nei titoli di coda de “La grande scommessa”, che forse è passata in sordina rispetto alla furia dei numeri e dei credit default swap, eppure contiene una verità più profonda del crac del 2007. Mentre il racconto della bolla immobiliare si chiude, si informa lo spettatore che Michael Burry – il gestore che per primo intuì il disastro imminente – ha deciso di concentrare i suoi investimenti in un solo settore: il mercato dell’acqua. Non si trattava, per lui, di acquistare diritti d’uso in senso stretto, una strada che giudicava impraticabile per ragioni politiche e fisiche, ma di scommettere su ciò che l’acqua produce: il cibo. Coltivare in aree ricche di questo bene per esportare alimenti in quelle aride rappresentava, secondo la sua analisi già quindici anni fa, il metodo meno controverso e più sostenibile per ridistribuire una risorsa che, nelle sue parole, “non può essere data per scontata” perché intrinsecamente politica e contenziosa.
Oggi, quella profezia finanziaria si è trasformata in una realtà bellica, cruda e tangibile, lungo le sponde del Golfo Persico. Quello che era un ragionamento da hedge fund si è concretizzato in una strategia militare ad alta intensità, dove l’obiettivo non è più solo il controllo dei giacimenti petroliferi ma la captazione stessa della vita: l’acqua potabile. La guerra che da settimane oppone Stati Uniti e Iran – con il presidente Trump alla guida degli Stati Uniti – ha varcato una soglia di pericolosità inedita, spostando il mirino dai centri di comando alle infrastrutture civili più sensibili, in primis gli impianti di desalinizzazione. L’accusa è reciproca e velenosa: Teheran, attraverso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha respinto le accuse di Washington sostenendo che siano stati gli Stati Uniti a creare un pericoloso precedente colpendo un sito per la potabilizzazione dell’acqua sull’isola di Qeshm, un attacco che avrebbe reso inaccessibili le risorse idriche per trenta villaggi della zona. Dall’altra parte, gli Stati Uniti e i loro alleati puntano il dito contro i raid iraniani che hanno preso di mira strutture analoghe in Bahrein e negli Emirati, in una spirale di rappresaglie che gli analisti non esitano a definire l’alba di una “guerra dell’acqua”.
La scelta di colpire questi impianti, in una delle regioni più aride del pianeta, non è affatto casuale. È una leva strategica di una potenza devastante. Circa il 42% della capacità mondiale di desalinizzazione è concentrata in Medio Oriente, dove paesi come Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita dipendono da queste infrastrutture per la quasi totalità del loro fabbisogno idrico. Privare una metropoli come Dubai o una capitale come Riyadh di acqua pulita significa, in termini pratici, decretarne l’evacuazione forzata nel giro di pochi giorni, un’ipotesi che circolava già in cablogrammi diplomatici riservati del 2008. La guerra, in questa fase, si gioca sulla resistenza dei serbatoi e sulla vulnerabilità delle tubature.
Ma il conflitto in corso non si limita a contaminare le riserve idriche strategiche; sta letteralmente avvelenando l’aria che i civili respirano. Mentre le bombe piovono su raffinerie di petrolio, giacimenti di gas e impianti di arricchimento dell’uranio come quello di Natanz, l’impatto ambientale assume i contorni di una catastrofe quotidiana. Sulla capitale iraniana, una metropoli di dieci milioni di abitanti, si è addensata una nube nera tossica, spessa e minacciosa. Non è il classico smog cittadino, ma il risultato diretto degli attacchi ai depositi di carburante e alle infrastrutture petrolifere nell’area di Teheran. I residenti raccontano di una “pioggia nera”, oleosa, che cade dal cielo imbrattando strade e case: la black rain, un fenomeno già osservato durante la Guerra del Golfo del 1991 quando, dopo l’incendio di centinaia di pozzi petroliferi in Kuwait, nubi di fuliggine e particelle acide ricoprirono territori a migliaia di chilometri di distanza, arrivando fino alla catena dell’Himalaya.
La guerra che avvelena l’aria
La trasformazione dell’ambiente in un’arma, d’altronde, è una delle trame oscure di questa escalation. Non si tratta soltanto dei danni collaterali visibili a occhio nudo – le fiamme, i crateri, il fumo – ma dell’inquinamento chimico subdolo e persistente. Le colonne di fumo nero che si levano dagli impianti colpiti rilasciano nell’atmosfera una miscela letale di anidride solforosa, ossidi di azoto e idrocarburi incombusti. Quando questo cocktail cade al suolo sotto forma di precipitazioni, contamina i suoli agricoli, le falde acquifere e la superficie della stessa acqua potabile che, paradossalmente, gli impianti di desalinizzazione cercano di rendere sicura. Così, l’atto bellico crea un cortocircuito esistenziale: distrugge la fonte idrica e, contemporaneamente, inquina ciò che resta, condannando le popolazioni a un rischio sanitario cronico. I timori per gli effetti sulla salute si moltiplicano, rievocando gli spettri delle guerre passate dove l’uso di armamenti perforanti con uranio impoverito lasciò scie di malformazioni genetiche e tumori tra i veterani e le popolazioni locali.
L’attacco alle infrastrutture idriche ed energetiche rappresenta quindi un salto di qualità nella brutalità del conflitto. Dove l’obiettivo non è più solo piegare un esercito, ma rendere inabitabile il territorio, destabilizzando le società nella loro sopravvivenza quotidiana. La strategia della tensione applicata alla gestione delle risorse primarie, in una terra già stremata da siccità secolari e da una gestione idrica spesso opaca, rischia di aprire scenari umanitari di proporzioni bibliche. Se la guerra si combatte oggi tra le griglie di raffinerie e le condutture sottomarine, il suo esito si misurerà nei prossimi mesi sulla capacità di una regione intera di scongiurare la sete di massa e l’asfissia chimica, un’eredità tossica che – come insegna la storia recente – potrebbe persistere per decenni oltre la firma di un eventuale cessate il fuoco.




