Guerra in Medio Oriente, attacco a una petroliera nel Golfo Persico: il racconto dei pasdaran e le verifiche in corso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel sesto giorno di conflitto aperto tra Israele e Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra, il teatro delle operazioni si è esteso alle acque del Golfo Persico, dove i pasdaran – questo l’annuncio diffuso dalla televisione di Stato della Repubblica islamica – avrebbero colpito una petroliera battente bandiera statunitense. Un missile, stando a quanto riferito dal dei Guardiani della Rivoluzione, avrebbe centrato il natante nella parte settentrionale del Golfo, provocando un incendio a bordo. La rivendicazione, giunta in tarda mattinata, si inserisce in una escalation che ha visto nelle ore precedenti nuovi raid israeliani sulla capitale Teheran e l’uso di droni contro l’aeroporto di Nakhchivan, exclave azera confinante con l’Iran, un attacco, quest’ultimo, che avrebbe causato almeno due feriti.

L’allarme dell’ente britannico e i danni allo scafo

In realtà, già prima della proclamazione di Teheran, l’agenzia di sicurezza marittima britannica, l’United Kingdom Maritime Trade Operations, aveva diramato un avviso segnalando una forte esplosione verificatasi ai danni di un’imbarcazione nelle stesse acque. Secondo la ricostruzione fornita da UKMTO, il capitano di una nave ancorata nei pressi del porto iracheno di Khor Al-Zubair, nella provincia di Bassora, aveva riferito di aver udito un boato e di aver poi notato una piccola imbarcazione allontanarsi dalla zona. La nave in questione, che alcuni identificano come la Suezmax Sonangol Namibe, una petroliera battente bandiera delle Bahamas, avrebbe riportato danni allo scafo con una conseguente perdita di carico, sebbene l’equipaggio risulti illeso. Sull’accaduto, gli stessi Guardiani della rivoluzione hanno ribadito di esercitare il «pieno controllo» sullo Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato che collega il Golfo con l’Oceano Indiano e attraverso cui transita una quota significativa del greggio mondiale, un’arteria vitale che in queste ore diventa teatro di una prova di forza militare e politica.

La dinamica dell’attacco e la proprietà del natante

Mentre le agenzie di stampa internazionali lavorano per incrociare i dati, alcune discrepanze emergono riguardo alla nazionalità del bersaglio. Se da un lato Teheran parla espressamente di una petroliera americana, dall’altro le prime verifiche condotte dagli enti marittimi indicano che la Sonangol Namibe, di proprietà della compagnia angolana Sonangol, sarebbe stata noleggiata e gestita da una società con sede negli Stati Uniti, il che potrebbe aver generato una lettura parzialmente diversa dell’episodio da parte iraniana. Ciò che appare certo, al netto delle opposte ricostruzioni, è che l’attacco rappresenta un salto di qualità in un conflitto che, nato come scontro aereo e terrestre, si sta rapidamente trasformando in una crisi dagli estesi risvolti economici e commerciali.

L’allargamento del conflitto e le ripercussioni sulla navigazione

Oltre agli attacchi missilistici e all’azione con droni contro obiettivi in Azerbaigian, che ampliano il perimetro geografico dello scontro, la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’evolversi della situazione. La tensione nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico, infatti, non riguarda soltanto gli equilibri militari ma anche la fluidità dei commerci energetici, in un contesto già provato dall’instabilità. I pasdaran, d’altronde, non hanno nascosto la volontà di colpire interessi legati a Stati Uniti e alleati, e la scelta di prendere di mira un’imbarcazione, a prescindere dalla sua esatta bandiera, veicola un messaggio chiaro circa la capacità iraniana di proiettare la propria forza ben oltre i confini nazionali, in un’area strategica per l’intero sistema economico globale.

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