Davide Ghiotto, il filosofo dei pattini, trascina l'Italia all'oro nell'inseguimento a squadre

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’aria gelida della pista, quella stessa che vent’anni fa accarezzava il volto di Enrico Fabris consegnandolo alla leggenda di Torino 2006, adesso porta con sé il fruscio potente delle lame di Davide Ghiotto e dei suoi compagni. L’azzurro, classe 1993, originario di Altavilla Vicentina ma cresciuto tra le colline di Zovencedo, ha guidato Andrea Giovannini e Michele Malfatti in una prova di forza e intelligenza tattica che ha regalato all’Italia la medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre di pattinaggio di velocità. Gli Stati Uniti, campioni del mondo in carica e grandi favoriti della vigilia, sono stati battuti con il crono di 3'39"20, un distacco netto di quasi cinque secondi che fotografa la superiorità espressa dal terzetto azzurro in questa finale olimpica.

Ghiotto, che proprio pochi giorni fa aveva visto sfumare il sogno di un podio nei 10mila metri a causa di un suicidio sportivo, una caduta rovinosa quando la gara sembrava ormai in pugno, si è preso una rivincita dolcissima, condividendola con i due compagni trentini. La sua interpretazione della prova a squadre è stata magistrale: lasciare che fossero gli statunitensi a dettare il ritmo nella prima parte, salvo poi innestare la marcia in più quando il cronometro è entrato nel vivo, operando il sorpasso – mentale prima ancora che sul piano dei tempi – a due giri e mezzo dal termine. Da lì in poi, l’ultimo chilometro è stato una lunga sinfonia azzurra, con i pattini che non picchiavano più sul ghiaccio ma sembravano sibilare, leggeri, verso un traguardo che sa di storia.

Dietro questa impresa, che assume contorni epici se si considera l'assenza di una pista coperta in Italia e il numero esiguo di tesserati rispetto alle potenze mondiali della specialità, c'è la figura peculiare di Ghiotto. Un atleta che ha costruito la sua forza nella testa prima ancora che nelle possenti cosce, quelle che gli permettono di macinare metri con un'efficienza aerodinamica superiore a quella dei rivali. Laureato in filosofia all'Università di Trento con una tesi su “Etica e suicidio” – un lavoro accademico che ha richiesto un’organizzazione millimetrica tra allenamenti e studio, costringendolo perfino a saltare una seduta per discutere la tesi in video-collegamento – Ghiotto ha sempre rivendicato l’importanza di scavare nell’animo umano. Un interesse, quello per Schopenhauer e Nietzsche, che lui stesso ha legato alla capacità di spingersi oltre i propri limiti, di trovare dentro di sé quella scintilla necessaria per trasformare la fatica in potenza.

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