Davide Ghiotto e il riscatto dell’oro nell’inseguimento, ma sulle Olimpiadi resta l’ombra della morte di Zantonini

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La voce di Federico Ghiotto, al telefono subito dopo l’ultimo urlo del figlio Davide sul ghiaccio di Milano, si spezza in un misto di orgoglio e commozione, quella stessa commozione che vent’anni fa, a Torino 2006, aveva accompagnato l’impresa di Enrico Fabris. «Ho le lacrime agli occhi, questa medaglia d’oro è un trionfo», ha confessato il papà del campione, «non dico che ce l’aspettavamo, ma diciamo che ci speravamo fortemente». E il riferimento, nelle sue parole, correva proprio a quell’edizione dei Giochi che vide il roanese Fabris, assieme a Ippolito Sanfratello e Matteo Anesi, scrivere per la prima volta il nome dell’Italia nel medagliere dell’inseguimento a squadre di pattinaggio di velocità. Oggi, a distanza di due decenni esatti, Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti hanno bissato quel successo, battendo in finale gli Stati Uniti e regalando alla spedizione azzurra la quarta medaglia nella disciplina — dopo i due ori di Francesca Lollobrigida e il bronzo di Riccardo Lorello — e la nona d’oro complessiva in queste Olimpiadi di Milano Cortina -1-5.

Per Ghiotto, che nei 10mila metri era partito con i favori del pronostico saldamente legati al suo nome di detentore del record del mondo, questa vittoria assume i contorni netti di un riscatto personale. Dopo un sesto posto giudicato da lui stesso con parole durissime — «Ho fatto veramente schifo, ho deluso me stesso e tutti quelli che credevano in me» — il riscatto è arrivato proprio nella prova a squadre, quella in cui il lavoro corale e la sintonia dei tre atleti, campioni mondiali ed europei in carica, hanno avuto la meglio sulla potenza individuale degli avversari a stelle e strisce -5. Giovannini e Malfatti, trentaduenne il primo, trentunenne il secondo, hanno così conquistato la loro prima medaglia olimpica, completando un podio che sa di rivincita e di conferma per un movimento, quello del pattinaggio di velocità italiano, che continua a sfornare talenti nonostante le oggettive difficoltà strutturali: niente impianto coperto dove allenarsi e trasferte che superano i duecentocinquanta giorni all’anno, un sacrificio silenzioso che solo in occasioni come queste emerge con prepotenza agli occhi del grande pubblico -1.

La festa azzurra e il monito inascoltato dalla vigilia

Se la pedana del podio e il calore del pubblico italiano celebrano l’impresa di Ghiotto e compagni, restano sullo sfondo — come una ferita aperta che il clamore della vittoria non riesce a rimarginare — le parole dure della Filcams Cgil diffuse a un mese esatto dalla scomparsa di Pietro Zantonini. Il vigilante cinquantacinquenne, originario di Brindisi, morì di freddo nella notte dell’8 gennaio mentre svolgeva il turno di guardiania in un cantiere olimpico a Cortina, all’interno del palazzo del ghiaccio in allestimento -2. Il sindacato denuncia che, a distanza di trenta giorni da quella tragedia, le condizioni per chi lavora nei cantieri legati all’evento non solo non sarebbero migliorate, ma in alcuni casi sarebbero addirittura peggiorate: «Chi lavora è oggetto di intimidazioni, licenziamenti e sottoposto a condizioni di lavoro inaccettabili». Un’accusa pesante, quella lanciata dalla Filcams, che parla di un’organizzazione del lavoro «mirata al massimo sfruttamento di un impiego temporaneo e precario», rimasta immutata nell’indifferenza generale verso le più basilari norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro -2.

Zantonini, che aveva un contratto a termine con un’azienda milanese del settore ed era a Cortina dallo scorso settembre, era stato costretto a rinegoziare più volte la propria posizione lavorativa, una precarietà che, come sottolinearono all’epoca i sindacati, «fa da sfondo alla drammatica vicenda». L’uomo trascorreva le notti in un gabbiotto, con turni da dodici ore e senza riposi da due settimane, mentre le temperature toccavano i meno sedici gradi -2. Nei giorni successivi alla morte, la Filcams Cgil, assieme a Fisascat Cisl e Uiltucs, ha organizzato un presidio proprio davanti allo Stadio del Ghiaccio di Cortina, lo stesso luogo dove Zantonini perse la vita, per tenere alta l’attenzione su un settore, quello della vigilanza privata, definito «in forte difficoltà» e aggravato da «turni di lavoro esasperati, sistematici mancati riposi e dotazioni spesso inadeguate» -8.

Il paradosso del ghiaccio che unisce e divide

Mentre la pista lunga regala all’Italia l’ebbrezza di un nuovo oro e il medagliere continua ad arricchirsi — ventiquattro medaglie totali, di cui nove d’oro — la realtà dei cantieri olimpici racconta una storia differente, fatta di appalti al massimo ribasso e tutele calpestate -1. La Cgil e la Filcams di Milano, già a metà gennaio, avevano denunciato «significative difficoltà nel garantire la piena operatività dell’accordo» sottoscritto tra la Fondazione Milano Cortina e i sindacati in materia di sicurezza, definendo «non più accettabili» i ritardi nell’applicazione delle norme -4. Il riferimento, neanche troppo velato, era proprio alla morte di Zantonini, una tragedia che avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta e che invece, stando alle ultime dichiarazioni, non ha prodotto alcun cambiamento sostanziale. E così, la celebrazione del trionfo sportivo convive, in queste ore, con l’amarezza per una vicenda umana che parla di sfruttamento e di un prezzo pagato, ancora una volta, da chi quella festa l’ha resa possibile lavorando nell’ombra.

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