Davide Ghiotto trascina l'Italia: oro nell'inseguimento a squadre, battuti gli Stati Uniti. Ma sui cantieri olimpici cala l'ombra del caso Zantonini
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Redazione Sport
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Che bel freddo sale su dal ghiaccio, e che bel caldo, invece, scende giù nel cuore per questa impresa. I pattini, quelli azzurri, che prima picchiano sullo specchio bianco nella partenza fulminante – quel clàc, clàc secco che taglia il silenzio – poi si mettono a sibilare nell’aria che leggermente, quasi soavemente, si sposta al loro passaggio. I ragazzi, in pista, sono tre ma sembrano uno, quasi fossero tre corpi e una sola anima: Davide Ghiotto, che tira, e gli altri due, Andrea Giovannini e Michele Malfatti, che spingono, appoggiando la loro spinta con un rispetto quasi millimetrico. È così che martedì 17 febbraio l’Italia ha conquistato la medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre di pattinaggio di velocità, una delle discipline più affascinanti e tecniche di queste Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Il terzetto azzurro, con il vicentino Ghiotto in testa e i due trentini a seguirlo come ombre, ha letteralmente dominato la finale contro gli Stati Uniti, campioni del mondo in carica, facendoli sfogare nei primi cinque giri e poi operando il sorpasso decisivo a due tornate e mezzo dal termine. L’ultimo chilometro si è trasformato in una lunga, inesorabile sinfonia azzurra, con il tempo finale di 3'39"20 che ha preceduto i rivali di ben 4'51", regalando al pubblico del palaghiaccio e a tutti gli italiani una gioia immensa. Per la spedizione azzurra si tratta della quarta medaglia nella specialità, dopo i due ori di Francesca Lollobrigida e il bronzo di Riccardo Lorello, a conferma di una tradizione che in questa disciplina si sta facendo sempre più vincente.
L’altra faccia della medaglia: la morte di Pietro Zantonini e le condizioni nei cantieri
Mentre l’entusiasmo per le imprese sportive travolge il paese, c’è però un’altra faccia di questa medaglia, una faccia molto più fredda e amara, che riguarda chi quelle Olimpiadi le ha costruite con il proprio lavoro, spesso in condizioni al limite della sopportazione. Esattamente a un mese di distanza dalla morte di Pietro Zantonini, il vigilante cinquantacinquenne di Brindisi deceduto l’8 gennaio nel cantiere dello Stadio del Ghiaccio di Cortina – proprio l’impianto che oggi ospita le gare – la denuncia della Filcams Cgil risuona ancora più forte e carica di significato. Secondo il sindacato, nulla sarebbe cambiato, anzi. "A un mese dalla morte di Pietro Zantonini – si legge in una nota – vittima di un'organizzazione del lavoro mirata al massimo sfruttamento di un impiego temporaneo e precario, nell'indifferenza delle più basilari norme per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, nulla è cambiato, anzi". Il riferimento è a quel gabbiotto in cui Zantonini era costretto a passare le ore più gelide della notte, con temperature che quella notte oscillavano tra i -11 e i -13 gradi, uscendo ogni due ore per i controlli, fino a quando un malore – probabilmente un evento cardiaco acuto, secondo l’autopsia – non lo ha stroncato, lasciandolo accasciato a terra mentre cercava di chiedere aiuto ai colleghi. Le indagini della Procura di Belluno, che ha iscritto nel registro degli indagati il titolare della ditta di vigilanza per cui lavorava, sono ancora in corso per accertare eventuali responsabilità e se vi sia un nesso causale tra le condizioni di lavoro e il decesso, nonostante i primi esami autoptici avessero escluso un legame diretto con l’ipotermia.
Intimidazioni e licenziamenti: la denuncia dei lavoratori dopo la tragedia
Ma ciò che più preoccupa, e che il sindacato sottolinea con forza, è il clima che si respira oggi in quegli stessi luoghi. Chi lavora, si legge ancora nella nota della Filcams Cgil, "è oggetto di intimidazioni, licenziamenti e sottoposto a condizioni di lavoro inaccettabili". Una situazione che stride violentemente con l’immagine patinata e trionfale che i Giochi proiettano nel mondo. L’organizzazione del lavoro, nei cantieri olimpici e nei servizi connessi come la vigilanza, sembra essere ancora improntata a una logica di massimo sfruttamento e di precarietà, dove la tutela della salute e della sicurezza passa in secondo piano rispetto alle scadenze imposte e alla necessità di contenere i costi. L’accordo sottoscritto tra Fondazione Milano Cortina e i sindacati, che pure definiva regole e strumenti per prevenire infortuni e irregolarità negli appalti, rischierebbe così di restare in gran parte inapplicato, come denunciato già a gennaio da Cgil e Filcams di Milano, che parlavano di "significative difficoltà nel garantire la piena operatività dell’accordo". A nulla sarebbero valse, a quanto pare, le sollecitazioni delle organizzazioni sindacali per rafforzare gli strumenti di rappresentanza e partecipazione dei lavoratori, quelli stessi strumenti che in altre esperienze milanesi si sono dimostrati decisivi per la tutela di chi lavora e per il buon esito dei grandi eventi.
L’ombra lunga del precariato sui Giochi: la sicurezza dimenticata
Pietro Zantonini era arrivato a Cortina nel settembre del 2025, lasciando la sua Brindisi per un contratto a termine – già prorogato e in scadenza a fine gennaio – con una ditta privata lombarda, la Ss Security&Bodyguard, vincitrice di un appalto bandito dalla Fondazione. Faceva un lavoro usurante, turni notturni, isolato in un gabbiotto riscaldato solo da una stufetta elettrica, e doveva uscire al gelo per controllare che tutto fosse in ordine. "Qui si muore di freddo", aveva detto più volte ai familiari, e quelle parole sono diventate il grido di dolore di una categoria, quella dei vigilanti, spesso invisibile e dimenticata. Mentre le Olimpiadi regalano all’Italia medaglie e momenti di gloria sportiva, resta aperta la ferita di questa morte, che getta un’ombra lunga e inquietante sull’organizzazione complessiva dei Giochi. La magistratura dovrà fare piena luce, ma intanto la denuncia sindacale fotografa una realtà fatta di precarietà, intimidazioni e mancato rispetto delle norme, un rovescio della medaglia che nessuna diretta televisiva potrà mai mostrare, ma che rappresenta il prezzo, talvolta troppo alto, pagato da chi quei sogni olimpici li ha resi possibili con il proprio lavoro quotidiano.




